PENSIERI DELLA DOMENICA

3a di Avvento

«Giovanni battezza oltre il Giordano. Si definisce voce di uno che grida nel deserto. La sua parola ha una storia, viene da lontano, attraverso la sua lingua giunge l’eco dei più grandi profeti d’Israele. Giovanni ha fatto esperienza della povertà sua e degli altri. Ha compreso che la religione del tempio, quella ufficiale, tenuta saldamente in mano dai sommi sacerdoti e dai sadducei, non sfama più le attese del popolo, non parla più alla gente. Riti di purificazioni, oblazioni e sacrifici rischiano di scadere continuamente in una sorta di abitudinaria ricerca di protezione divina. Quello che Giovanni vuole evitare è proprio il presentare un Dio garantista, che assicura tranquillità e vende illusioni buoniste. Per lui Dio è altro. Il Dio di Giovanni Battista è un Vivente esigente che chiede non regali ma cambiamenti, non infinite orazioni ma giustizia: «Quando venite a presentarvi davanti a me, chi richiede da voi che calpestiate i miei atri? Cessate di portare oblazioni inutili, l’incenso è per me un’abominazione, noviluni, sabati, pubbliche assemblee, non sopporto iniquità e feste solenni» (Is 1,12-13).

Giovanni è un marginale. Non parla dal centro della capitale religiosa ma scivola volontariamente nel luogo simbolico del deserto, oltre il Giordano, dove meglio si può far memoria della vicenda del popolo d’Israele, dei suoi tradimenti e dei suoi ritorni. Da questo luogo di solitudine ove tutto si può fare tranne che ingannare il Creatore con una religiosità affettata e algida, il Battezzatore rilancia la sfida di un Dio che vuole riprendersi in mano la storia di coloro che hai eletto fra tutti i popoli. Il Dio di Giovanni è un padre stanco: stanco di avere figli che lo cercano per comprarlo con doni che non gli servono; stanco di vedere prostrati ai suoi piedi professionisti del sacro che chiedono conferme e sicurezza senza mai mettere in discussione il loro comportamento. Ora questo Dio stanco dell’ipocrisia dei suoi figli vuole riprendere in mano le fila della vicenda umana come fece a Babilonia e in Egitto.

Giovanni è disinteressato, è povero. Come i profeti, si veste di pelli di cammello, mangia locuste e miele selvatico; non accetta regali, come il Dio che annuncia. La sua vita personale e sottile, quasi trasparente. Sembra quasi che Giovanni voglia far sparire il corpo per far spazio solo alla sua voce perché sa che solo una cosa conta: gridare che il signore vicino.

Chi raccoglie la sfida del Dio di Giovanni? I peggiori, quelli ai quali la religione del tempio ha chiuso le porte del divino. Gli irregolari della vita scivolano verso il Giordano irresistibilmente attratti dalla voce: l’acqua modesta e profana del fiume Giordano non è certo l’acqua delle abluzioni della Città Santa. Ma è pur sempre nervosa e veloce. Cercano la purificazione, un’occasione per guarire dalla lebbra del peccato. Ecco il paradosso: non i tiepidi accorrono al fiume ma proprio coloro che più di altri potrebbero essere condannati; quelli che hanno più necessità di mettere ordine nella vita. Chi crede di star bene da Giovanni non ci va. Chi prega dicendo a Dio quello che deve fare per garantire la propria tranquillità non è fatto per ascoltare la voce del deserto.

Chi raccoglie la sfida del Dio di Giovanni? Solo quelli che sono così consapevoli dell’aridità della propria esistenza tanto da non sapere più che “pesci prendere” o “a che santo votarsi”. Sono prostitute, mercenari, farisei scontenti, pubblicani. Non si fidano più dei loro criteri delle loro capacità di risolvere le situazioni. Sono stanchi di provarci, di fare propositi la mattina e andare a letto sconfitti la sera.

Ma a Dio non importa. Sorprendendo anche Giovanni, in quel deserto, l’Onnipotente organizzerà l’incontro tra il suo Figlio prediletto e questi disperati; l’incontro tra chi non ce la fa più e Colui che porta i peccati del mondo; l’incontro tra l’attesa vecchia di secoli e l’Atteso confuso tra la folla» (Giuseppe Forlai).