28a Ordinario

Pensierino n. 87

In preparazione alla GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE di domenica prossima, propongo uno stralcio dell’omelia di papa Francesco all’inizio di questo Mese Missionario Straordinario. Le sue parole sono molto chiare e concrete e le vogliamo accogliere come un dono e un invito al rinnovamento anche per la nostra Comunità Pastorale.

Buona meditazione e soprattutto buon rinnovamento di vita!

Don Gianluigi

«Questo Mese missionario straordinario vuole essere una scossa per provocarci a diventare attivi nel bene. Non notai della fede e guardiani della grazia, ma missionari. 

Si diventa missionari vivendo da testimoni: testimoniando con la vita di conoscere Gesù. È la vita che parla. Testimone è la parola-chiave, una parola che ha la stessa radice di senso di martire. E i martiri sono i primi testimoni della fede: non a parole, ma con la vita. Sanno che la fede non è propaganda o proselitismo, è rispettoso dono di vita. Vivono diffondendo pace e gioia, amando tutti, anche i nemici per amore di Gesù. Così noi, che abbiamo scoperto di essere figli del Padre celeste, come possiamo tacere la gioia di essere amati, la certezza di essere sempre preziosi agli occhi di Dio? È l’annuncio che tanta gente attende. Ed è responsabilità nostra. Chiediamoci in questo mese: come va la mia testimonianza?

San Alberto Hurtado diceva: “E’ bene non fare del male. Ma è male non fare del bene”. Questo è il peccato di omissione. Vivere di omissioni è rinnegare la nostra vocazione: l’omissione è il contrario della missione.

Pecchiamo di omissione, cioè contro la missione, quando, anziché diffondere la gioia, ci chiudiamo in un triste vittimismo, pensando che nessuno ci ami e ci comprenda. Pecchiamo contro la missione quando cediamo alla rassegnazione: “Non ce la faccio, non sono capace…” Pecchiamo contro la missione quando, lamentosi, continuiamo a dire che va tutto male, nel mondo come nella Chiesa. Pecchiamo contro la missione quando siamo schiavi delle paure che immobilizzano e ci lasciamo paralizzare dal “si è sempre fatto così”. E pecchiamo contro la missione quando viviamo la vita come un peso e non come un dono; quando al centro ci siamo noi con le nostre fatiche, non i fratelli e le sorelle che attendono di essere amati. 

“Dio ama chi dona con gioia” (2 Cor 9,7). Ama una Chiesa in uscita, missionaria, una Chiesa che non perde tempo a piangere le cose che non vanno, i fedeli che non ha più, i valori di un tempo che non ci sono più. Una Chiesa che non cerca oasi protette per stare tranquilla; desidera solo essere sale della terra e lievito per il mondo. Questa Chiesa sa che questa è la sua forza, la stessa di Gesù: non la rilevanza sociale o istituzionale, ma l’amore umile e gratuito.»