Quaresimale VI

Quaresimale 2018 – venerdì 23 marzo

Don Gianpaolo Romano

“Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore”.

Ci introduciamo con un brano dal cap. 35 del profeta Isaia:

1 Si rallegrino il deserto e la terra arida,
esulti e fiorisca la steppa.
Come fiore di narciso 2fiorisca;
sì, canti con gioia e con giubilo.

Le è data la gloria del Libano,
lo splendore del Carmelo e di Saron.
Essi vedranno la gloria del Signore,
la magnificenza del nostro Dio.

3Irrobustite le mani fiacche,
rendete salde le ginocchia vacillanti.
4Dite agli smarriti di cuore:
“Coraggio, non temete!

Ecco il vostro Dio,
giunge la vendetta,
la ricompensa divina.
Egli viene a salvarvi”.

5Allora si apriranno gli occhi dei ciechi
e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
6Allora lo zoppo salterà come un cervo,
griderà di gioia la lingua del muto,
perché scaturiranno acque nel deserto,
scorreranno torrenti nella steppa.

7La terra bruciata diventerà una palude,
il suolo riarso sorgenti d’acqua.
I luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli
diventeranno canneti e giuncaie.

8Ci sarà un sentiero e una strada
e la chiameranno via santa;
nessun impuro la percorrerà.
Sarà una via che il suo popolo potrà percorrere
e gli ignoranti non si smarriranno.

9Non ci sarà più il leone,
nessuna bestia feroce la percorrerà o vi sosterà.
Vi cammineranno i redenti.
10Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore
e verranno in Sion con giubilo;
felicità perenne splenderà sul loro capo;
gioia e felicità li seguiranno
e fuggiranno tristezza e pianto.

“…e fuggiranno tristezza e pianto”:

Questo brano del profeta Isaia ci parla di un deserto che viene rianimato dalla forza e dall’amore del Signore e il deserto si apre allora al giubilo, alla gioia, e anche il pianto e la tristezza fuggono.

Il nostro ultimo passo del nostro cammino nel deserto ci vuole portare a sperimentare nuovamente questa gioia.

Abbiamo scelto il deserto come luogo di incontro con Dio: “nel deserto parlerò al tuo cuore” dice il titolo che abbiamo dato a questi Quaresimali. È una frase tratta dal cap. 2 del Libro di Osea. In quel passaggio Osea, a nome di Dio, parla alla sua sposa infedele, che diventa il simbolo del popolo di Dio, e non solo di quello antico ma anche di quello nuovo, quindi anche di noi. Nel deserto il Signore parla al nostro cuore: anche un luogo di aridità come il deserto può diventare davvero luogo di incontro con Dio, che ci guida e ci parla.

Per terminare il nostro cammino mi sembra importante tornare a quello che è il cuore della nostra vita cristiana, e che contempleremo nei prossimi giorni, a partire da domenica, quel centro che è la croce.

Per approfondire leggiamo un brano dal Libro dei Numeri, che ritroviamo anche nel vangelo di Giovanni, nel dialogo tra Gesù e Nicodemo:

4Gli Israeliti si mossero dal monte Or per la via del Mar Rosso, per aggirare il territorio di Edom. Ma il popolo non sopportò il viaggio. 5Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: “Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero”. 6Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. 7Il popolo venne da Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti”. Mosè pregò per il popolo. 8Il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita”. 9Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita” (Nm 21, 4-9).

C’è un passaggio di questo brano che può suscitare in noi perplessità, quando si dice che Dio mandò in mezzo al popolo i serpenti brucianti che provocavano la morte: può lasciare perplessi questo volto di un Signore che manda dei serpenti a sterminare il suo popolo. Forse basta accennare al fatto che, soprattutto nei libri del Pentateuco, questa funzione del Signore che diventa l’artefice, apparentemente, di qualcosa di negativo è dato per un motivo molto semplice: è il modo in cui viene ricordato che tutto è riportato a Dio, è nelle sue mani, proprio tutto, e sue sono le redini della storia. Ad esempio, sempre in riferimento all’Esodo, c’è l’immagine del Mar Rosso che travolge carri e cavalieri, il Faraone, e poi ancora le piaghe d’Egitto, tutte riportate a Dio, ma non per dire che Dio è l’origine del male, bensì per dire che Dio ha nelle mani la storia.

C’è però un passaggio decisivo in questo brano per comprendere quello che stiamo cercando di approfondire: nel deserto del Sinai un serpente di bronzo, issato su di un’asta, diventa un antidoto. Chi osservava quel serpente veniva preservato dalla morte in caso di morso da un serpente. Curiosamente un serpente diventa antidoto per il morso di un serpente: nei deserti della vita allora l’antidoto è Gesù morto, innalzato sulla croce; lui che è morto diventa l’antidoto per il veleno più grande della nostra vita, quello della morte.

Allora ecco che la croce entra davvero in profondità in questo nostro cammino in mezzo al deserto: Gesù ci insegna a ‘portare’ le nostre croci, non a ‘sopportarle’, a fare di ogni occasione della vita, anche quella più dura e dolorosa, un’occasione per amare di più, per imparare ad amare e a donarsi, a fare dono della propria vita.

Concentriamoci sulla croce di Gesù: un Dio che muore per noi è il Dio della misericordia e dell’amore più totale. La croce è il simbolo del cristiano: quando battezziamo i bambini piccoli, il primo gesto in assoluto che si compie è un piccolo segno di croce sulla fronte, che significativamente viene fatto dopo che i genitori hanno presentato il bambino e scelto per lui il nome, assumendosi alcuni impegni, in particolare quello di educarlo alla fede, cioè di insegnare i propri figli ad amare Dio e il prossimo. Insegnare ad amare: questo è trasmettere la fede, non dare una serie di contenuti. E insegnare non un amore generico, un po’ romantico, ma l’amore di Gesù, come Lui ha insegnato. E vediamo come Gesù ci insegna ad amare guardando la croce. Ecco perché subito dopo si traccia la croce sulla fronte di quei bimbi. E noi possiamo insegnare ad amare solo amando, non certo scrivendo i passaggi su una lavagna con i gessetti. Insegnare ad amare si fa solo in un modo: trasmettendo amore. Se ci pensiamo tutto è racchiuso in quel segno di croce: quando lo facciamo su di noi, le parole “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” ci ricordano che Dio è una comunione d’amore, che non rimane chiusa lì, in Dio, ma, proprio facendo riferimento alla croce, ricordiamo che quell’amore si riversa su tutti quanti noi.

Ricordo una scena di un film di anni fa, “The Passion” di Mel Gibson (peraltro film con delle scelte in parte discutibili) in cui Gesù sta salendo al calvario sotto il peso della croce e incontrando Maria, con un filo di voce, le dice: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. È una frase che in realtà si trova nella parte finale del libro dell’Apocalisse, ultimo libro della Bibbia.

Noi possiamo credere fermamente che Dio faccia nuove tutte le cose, però siamo convinti che lo faccia con la sua potenza, così come è stato capace di creare il mondo. Ci sfugge però il fatto che Dio fa nuove tutte le cose attraverso la sua croce, attraverso la potenza dell’amore della croce, non attraverso una potenza da supereroe dei fumetti.

C’è una parola del Papa dell’estate scorsa che medita su questa frase della Scrittura, e non in maniera astratta, ma dopo aver letto una cronaca dei giornali, dopo aver visto il telegiornale dove si vedono spesso notizie tragiche:

“Provate a pensare ai volti dei bambini impauriti dalla guerra, al pianto delle madri, ai sogni infranti di tanti giovani, ai profughi che affrontano viaggi terribili, e sono sfruttati tante volte … La vita purtroppo è anche questo. Qualche volta verrebbe da dire che è soprattutto questo.

Può darsi. Ma c’è un Padre che piange con noi; c’è un Padre che piange lacrime di infinta pietà nei confronti dei suoi figli. Noi abbiamo un Padre che sa piangere, che piange con noi. Un Padre che ci aspetta per consolarci, perché conosce le nostre sofferenze e ha preparato per noi un futuro diverso. Questa è la grande visione della speranza cristiana, che si dilata su tutti i giorni della nostra esistenza, e ci vuole risollevare.

Dio non ha voluto le nostre vite per sbaglio, costringendo Sé stesso e noi a dure notti di angoscia. Ci ha invece creati perché ci vuole felici. È il nostro Padre, e se noi qui, ora, sperimentiamo una vita che non è quella che Egli ha voluto per noi, Gesù ci garantisce che Dio stesso sta operando il suo riscatto. Lui lavora per riscattarci.

Noi crediamo e sappiamo che la morte e l’odio non sono le ultime parole pronunciate sulla parabola dell’esistenza umana. Essere cristiani implica una nuova prospettiva: uno sguardo pieno di speranza. Qualcuno crede che la vita trattenga tutte le sue felicità nella giovinezza e nel passato, e che il vivere sia un lento decadimento. Altri ancora ritengono che le nostre gioie siano solo episodiche e passeggere, e nella vita degli uomini sia iscritto il non senso. Quelli che davanti a tante calamità dicono: “Ma, la vita non ha senso. La nostra strada è il non-senso”. Ma noi cristiani non crediamo questo. Crediamo invece che nell’orizzonte dell’uomo c’è un sole che illumina per sempre. Crediamo che i nostri giorni più belli devono ancora venire. Siamo gente più di primavera che d’autunno. A me piacerebbe domandare, adesso – ognuno risponda nel suo cuore, in silenzio, ma risponda –: “Io sono un uomo, una donna, un ragazzo, una ragazza di primavera o di autunno? La mia anima è in primavera o è in autunno?”. Ognuno si risponda. Scorgiamo i germogli di un mondo nuovo piuttosto che le foglie ingiallite sui rami. Non ci culliamo in nostalgie, rimpianti e lamenti: sappiamo che Dio ci vuole eredi di una promessa e instancabili coltivatori di sogni. Non dimenticate quella domanda: “Io sono una persona di primavera o di autunno?”. Di primavera, che aspetta il fiore, che aspetta il frutto, che aspetta il sole che è Gesù, o di autunno, che è sempre con la faccia guardando in basso, amareggiato”  ( Udienza generale 23 agosto 2017)

E’ una domanda che dobbiamo farci anche noi, perché il rischio grosso per noi cristiani, per noi discepoli di Gesù, è quello di vivere costantemente rivolti al passato, il nostro autunno, di essere nel deserto e di fermarci lì. Se ricordate nel nostro primo incontro abbiamo commentato la parabola del vangelo di Luca della moneta perduta, quella moneta che è lì in un angolo: ecco, tante volte ci capiterà di sentirci come quella moneta. Si tratta però di ricordarci che noi non siamo per sempre perduti in un angolo, perché il Signore viene a cercarci, a trovarci, il Signore ancora una volta rende la nostra vita una primavera e lo fa, rendendo nuove tutte le cose, attraverso quella croce. È davvero la croce che fa nuove tutte le cose.

C’è un altro testo di Isaia, che poi viene ripreso nel Libro dell’Apocalisse: “19Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa” Is, 43, 19

E’ il Signore che fa fiorire anche il nostro deserto. Il cammino che abbiamo fatto ci ha fatto capire come anche il deserto può essere un luogo di grande ricchezza, di incontro, nonostante tutto, ma soprattutto lo è perché il Signore è anche lì, anche lì riesce a rinvigorire le nostre aridità.

Allora l’augurio più grande che posso farvi, anche in vista della Pasqua, della Settimana Santa, è di tenere davvero fisso lo sguardo sulla croce, cioè su due realtà: la croce e il sepolcro vuoto. Se un cristiano vuole imparare a vivere, a morire e a amare, deve guardare la croce. Non c’è altra via. E guardando la croce possiate ricordare che anche quando noi tante volte siamo nel deserto, un po’ lontani da Dio, Dio non è mai lontano da nessuno di noi. Lo possiamo ricordare oggi, quando siamo un po’ più vicini a Dio, ma l’augurio è quello di ricordarlo sempre, anche quando in altri momenti della vita saremo noi un po’ più lontani, ma Lui, nonostante tutto, sarà ancora lì, accanto a noi.

da registrazione – non corretta dal relatore