Quaresimale V

Quaresimale 2018 – venerdì 16 marzo

Don Gianpaolo Romano

“Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore”.

Ci introduciamo con la preghiera del salmo 41:

2 Beato l’uomo che ha cura del debole:
nel giorno della sventura il Signore lo libera.

3 Il Signore veglierà su di lui,
lo farà vivere beato sulla terra,
non lo abbandonerà in preda ai nemici.
 
4 Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore;
tu lo assisti quando giace ammalato.
 
5 Io ho detto: “Pietà di me, Signore,
guariscimi: contro di te ho peccato”.
 
6 I miei nemici mi augurano il male:
“Quando morirà e perirà il suo nome?”.
 
7 Chi viene a visitarmi dice il falso,
il suo cuore cova cattiveria
e, uscito fuori, sparla.
 
8 Tutti insieme, quelli che mi odiano
contro di me tramano malefìci,
hanno per me pensieri maligni:
 
9 “Lo ha colpito una malattia infernale;
dal letto dove è steso non potrà più rialzarsi”.
 
10 Anche l’amico in cui confidavo,
che con me divideva il pane,
contro di me alza il suo piede.
 
11 Ma tu, Signore, abbi pietà, rialzami,
che io li possa ripagare.
 
12 Da questo saprò che tu mi vuoi bene:
se non trionfa su di me il mio nemico.
 
13 Per la mia integrità tu mi sostieni
e mi fai stare alla tua presenza per sempre.
 
14 Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele,
da sempre e per sempre. Amen, amen.
 
Il primo versetto di questo salmo, Beato l’uomo che ha cura del debole, ci introduce all’incontro di oggi.

Vogliamo affrontare un’altra realtà tipica della Quaresima, una pratica tipica anche di tutta quanta la nostra vita di cristiani, di discepoli del Signore: l’elemosina. Cerchiamo di sviluppare questo tema sullo sfondo sempre del deserto, come abbiamo già detto luogo di aridità, di fatica, di desolazione, ma anche luogo privilegiato dell’incontro con Dio.

Proviamo a delineare alcuni aspetti di questa realtà. Innanzitutto subito una precisazione. Per noi generalmente ‘elemosina’ significa il gesto di quando diamo qualche moneta a chi ce la chiede. Ma questa parola viene dal greco e ha la stessa radice di un’altra parola che usiamo nella liturgia, Kyrie eleison: Signore, pietà. Questo ci fa capire subito che elemosina ha un significato alto: ha a che fare anche con la pietà, con la compassione, il patire insieme. Durante l’Anno santo della Misericordia papa Francesco ci ha ricordato più volte questa affinità, e ripeteva che l’elemosina non è la moneta data al povero, ma l’attenzione e l’amore che nascono nei suoi confronti. Il gesto dell’elemosina dovrebbe esprimere una realtà che va oltre il semplice gesto materiale e concreto e invece tocca il cuore e l’anima di chi è destinatario di quel gesto, ma anche di chi lo compie. Un gesto che tocca e unisce i cuori.

Un secondo aspetto da tenere ben presente è ancora richiamato da papa Francesco, ma anche da papa Benedetto e da tutta quanta la tradizione genuina morale cristiana. È quello che afferma che l’elemosina, in tanti casi, prima di essere un atto di carità è un atto di giustizia. Non possiamo cioè intendere l’elemosina come un di più, come un semplice perfezionamento chiesto solo ad alcuni: andare incontro al fratello che soffre non è mai un di più. Possiamo non capire cosa dobbiamo fare in una situazione concreta, ma quando parliamo di elemosina ci viene dato un criterio, una misura, ed è quella dell’amore. Allora, senza che questo sia una contraddizione, dobbiamo dire che l’elemosina è sempre un atto di giustizia ed è sempre anche un atto di carità, perché la carità non è qualcosa di opzionale per il cristiano, non è qualcosa di diverso dalla giustizia, ma ne è semmai il compimento, la pienezza: pienezza delle legge è l’amore, come ci ricorda il Vangelo.

C’è poi un’altra caratteristica che ci viene in mente se ripensiamo a quel brano tratto dal cap. 6 del vangelo di Matteo che tutti gli anni ascoltiamo il mercoledì delle Ceneri e che è punto di riferimento per tutte le pratiche quaresimali di preghiera, digiuno ed elemosina: “Il Padre vostro che vede nel segreto del cuore vi ricompenserà”. Questi gesti cioè vengono compiuti non per mettersi in mostra, ma c’è un motivo in più per parlare di ‘segretezza’ e di ‘nascondimento’ in chiave cristiana.

Possiamo capirlo riferendoci ad alcuni paragoni che il Signore fa, sempre nel discorso della Montagna, quando ricorda che i discepoli del Vangelo sono chiamati ad essere ‘sale della terra’ e ‘luce del mondo’, oppure quando ci dice che il Regno di Dio è come il lievito che fa fermentare tutta quanta la farina (Mt 13). Quando si sala il cibo, il sale raggiunge lo scopo di dar sapore solo se si scioglie, altrimenti non dà sapore. Quando accendiamo una luce in una stanza non lo facciamo per osservare la lampada, ma perché la luce ci consenta di leggere, di guardare in faccia chi abbiamo davanti, perché dia colore agli oggetti. Allo stesso modo il lievito deve amalgamarsi nella pasta, altrimenti il risultato non c’è.

Per il cristiano dunque il nascondimento, lo sciogliersi è qualcosa di molto più importante di quanto crediamo. In uno scritto cristiano tra i più antichi, la Lettera a Diogneto, in cui si dicono alcune caratteristiche dei cristiani, che incominciavano a diffondersi nel mondo antico e destavano curiosità, è scritto che i cristiani, rispetto a tutti gli altri uomini, che erano la maggioranza, non venivano riconosciuti per un vestito particolare o un cibo che mangiavano, o un lavoro, ma per il modo in cui si amavano: “Come l’anima per il corpo, così sono loro per il mondo”. Nella concezione dell’autore di questa lettera, questo significava che i cristiani, pur confondendosi nel mondo in mezzo a tutti gli altri, pur sciogliendosi in esso, non si riducevano al mondo, non erano schiacciati o assimilati. Torniamo all’esempio del sale: si scioglie, ma c’è, e se non ci fosse, ci accorgeremmo subito della sua mancanza. I cristiani, secondo l’autore,  vivono nel mondo, in tutto e per tutto come normali cittadini, ma sanno bene che la loro patria non è lì, sono stranieri in ogni città, in ogni patria, nella terra intera, perché la loro patria è nei cieli; vivono sulla terra ma sono del cielo.

Allora il nascondimento per il cristiano non è solo un fatto di umiltà, il mettersi da parte, il non mettersi sul piedistallo in posa per le fotografie; il nascondimento porta anche ad essere più efficaci, come il sale, che per dare sapore deve sciogliersi.

Tutto ciò allora va di pari passo con un’altra certezza: che ogni gesto, anche il più piccolo, nascosto e segreto, è un gesto prezioso agli occhi di Dio. E’ possibile una trasformazione autentica della Chiesa, del mondo, della nostra società, a partire proprio dai gesti più piccoli, a patto che questa trasformazione inizi da noi stessi e dal nostro cuore. Mi viene in mente la grande scena del giudizio finale che Matteo dipinge verso la fine del suo vangelo al cap. 25, quando chiederemo: “Quando ti abbiamo visto assetato, affamato…” e Gesù risponderà: “Quando l’avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. L’amore e il senso stesso della vita passano allora sempre attraverso gesti apparentemente semplici, un bicchier d’acqua, un vestito, un sorriso, un incontro.

Tutto questo ci ha aiutato a capire che l’elemosina non è semplicemente filantropia, ma è invece un’espressione concreta della carità, a imitazione di Gesù. Un’immagine evangelica contenuta nel vangelo di Marco ci dice questo con molta forza, quando si parla di quella vedova che getta nel tesoro del Tempio tutto quanto aveva per vivere, due spiccioli: non dona del superfluo, come facevano gli altri, ricchi, che stavano lì, non dona semplicemente quello che ha, ma, potremmo dire piuttosto, dona quello che è, la sua stessa vita, tutta se stessa. E questo perché ancora una volta il suo gesto di carità è anzitutto un gesto di fiducia, di abbandono a Dio, un gesto che coinvolge tutta la persona e non solo quello che la persona possiede.

L’elemosina, come espressione concreta di carità, ci porta pian piano allora, ancora una volta, attraverso la libertà, ad essere fermento nella massa, ci porta a ciò che più conta, cioè al dono di noi stessi. È un atto che ci ricorda come, alla radice, ci deve essere un abbandono fiducioso a Dio. Siamo capaci di vivere fino in fondo questa carità, questo amore quando siamo consapevoli che non perdiamo nulla: una fiamma quando si trasmette a tante candele non perde niente di suo ma semplicemente si allarga, diventa ancora più grande e più forte.  Questa è la carità.

Per approfondire ancora un poco quest’aspetto leggiamo questo brano molto famoso dalla Lettera ai Corinzi di S. Paolo, l’Inno alla carità:

1 Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o  come cimbalo che strepita.
2E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta  fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
3E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
4La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, 5non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. 7Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
8La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà.
9Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo.
10Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.
11Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
12Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
13Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità! (1 Cor 13, 1-13) 

Mi soffermo un aspetto in particolare. S. Paolo dice con forza: se parlassi le lingue degli uomini, ma non avessi la carità, non servirebbe a nulla; se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede, ma non avessi la carità, non sarei nulla. Se avessi tutto quello che ho, tutti i miei beni, se consegnassi pure il mio corpo, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. Perché le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà.

Potremmo chiederci che cosa c’entra tutto questo con il deserto: tante volte, nella nostra vita, nelle nostre comunità cristiane, facciamo tante cose, tante attività, abbiamo tante strutture a cui teniamo anche tanto. Proviamo a chiederci se è davvero questo quello che conta per evangelizzare. Ho l’impressione che tante volte ci affanniamo per tenere in piedi strutture, attività, strumenti, e dimentichiamo qual è il cuore che sta dietro a tutte queste realtà, quale dovrebbe essere il motore. Se avessimo una bellissima macchina con la carrozzeria nuova fiammante, ma dentro non ci fosse il motore, quella macchina è un pezzo da museo, bella da contemplare ma che non fa neanche un metro. Se invece abbiamo una macchina magari un po’ scassata, con la carrozzeria ammaccata, ma con il motore che bene o male va, qualche metro lo fa. Questa è anche la realtà della nostra vita cristiana: possiamo avere delle strutture anche molto belle, ma se manca l’anima, se manca la carità, se manca l’amore, tutto si perde. E allora a volte ci capita di attraversare anche questo deserto, quello del nostro limite, ed accorgerci che tante volte magari abbiamo bisogno di perdere qualcosa di quanto facciamo per recuperare ciò che è più profondo e più importante. Qualche volta serve fermarsi, un istante, pensare, lasciar calare in profondità ciò che viviamo.

L’elemosina ci porta qui: certo, perché se dietro la piccolezza, il nascondimento di quel gesto ci rendiamo conto che c’è un richiamo molto grande, che ci lega al nostro prossimo e a Dio, allora forse siamo già arrivati sulla pista giusta, sulla via giusta che ci porta, ancora una volta, attraverso il deserto, attraverso il nostro limite, a riscoprire la presenza di Dio accanto a noi.

da registrazione – non corretta dal relatore