Quaresimale IV

Quaresimale 2018 – venerdì 9 marzo

Don Gianpaolo Romano

“Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore”.

Ci introduciamo con la preghiera del salmo 23, un salmo molto noto, con cui vogliamo ancora una volta ricordarci della premura, della cura e della provvidenza di Dio nei confronti di  ciascuno di noi:

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.

2 Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.

3 Rinfranca l’anima mia,
mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.

4 Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

5 Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

6 Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

Vogliamo tenere questo salmo sullo sfondo di quanto oggi diremo su un tema particolare della vita cristiana, che è anche una pratica tradizionale del cammino quaresimale, quella del digiuno.

Capiremo, parlando del senso profondo del digiuno cristiano, quanto questo salmo abbia a che fare con l’argomento di oggi e quanto la nostra vita è affidata al Signore. Questo salmo è una risposta alla realtà che la nostra vita è affidata a Lui e che Lui è la nostra vita.

Riprendiamo il nostro cammino nel deserto rileggendo quindi su questo sfondo il tema del digiuno.

Qual è il senso del digiuno nella Bibbia?

Un primo significato che diamo al digiuno è quello di rinunciare a qualcosa, come tutti noi cerchiamo di fare in Quaresima, di vivere un atteggiamento penitenziale, di vivere un po’ di mortificazione, di cercare di non dare soddisfazione a tutto ciò che desideriamo. Ma è proprio questo il senso profondo del digiuno?

Molti passi, soprattutto nell’Antico Testamento, ma anche nel Nuovo, hanno come tema il digiuno, e hanno spesso come scenario il deserto. Il brano più famoso, legato all’Antico Testamento, è quello di Gesù che, dopo il Battesimo, viene sospinto nel deserto, vive la realtà delle tentazioni e, si dice, “digiuna per quaranta giorni e per quaranta notti”.

Abbiamo già un po’ incontrato una testimonianza dall’Antico Testamento in merito al digiuno quando abbiamo parlato del profeta Elia, che scappa proprio in mezzo a un deserto perché inseguito dai suoi nemici, in particolare dalla regina empia Gezabele che vuole mostrare la sua potenza proprio eliminando Elia. Elia ha appena sconfitto i sacerdoti degli idoli in maniera altisonante ed evidente, e la regina, che stava dalla parte di questi sacerdoti sconfitti, vuol far capire a tutto quanto il popolo che il Dio in cui confida Elia non lo risparmierà dalla morte. Ad Elia, fuggito disperato nel deserto, capita la cosa più comune che potesse succedergli: non ha con sé niente e arriva il momento in cui non ha di che mangiare né bere, il momento di un digiuno forzato. Elia è sul punto di chiedere al Signore di lasciarlo morire  di fame e di sete, ma proprio in quel momento Elia scopre la vicinanza di Dio, che gli fa trovare in mezzo al deserto un po’ d’acqua, una focaccia e tutto quanto è necessario per riprendere il cammino e la fuga per raggiungere il monte Oreb dove, come abbiamo ricordato, Elia fa un’esperienza particolare e incontra il Signore in una brezza leggera, in un vento impalpabile, nel sussurro del silenzio. Fissiamo l’attenzione su questo: Elia pensa di essere già nelle mani degli uomini e si accorge invece, anche attraverso questa esperienza del digiuno, della vicinanza e della provvidenza di Dio, di essere custodito dalla mano del Signore.

Ci sono anche altri esempi: nel libro dell’Esodo, che come sappiamo più di ogni altro libero della Bibbia ha come scenario il deserto, al cap. 4 si dice che Mosè, in attesa di ricevere l’alleanza, le Tavole della legge, i dieci comandamenti, digiuna per quaranta giorni e quaranta notti (questo  numero è una costante), e il suo digiuno ha proprio il significato di prepararsi all’incontro con il Signore, con Dio.

Un altro profeta, Giona, va in lungo e in largo a Ninive, città empia e lontana da Dio, e bandisce un digiuno che possa servire alla conversione e all’incontro con l’amore di Dio. e sarebbe importante vedere come nel libro di Giona la conversione più profonda non sarà degli abitanti di Ninive, come si potrebbe pensare, ma, paradossalmente, sarà la conversione del profeta, da un’immagine di un Dio giusto che avrebbe sicuramente fatto giustizia di quegli abitanti di Ninive, a un Dio invece carico di misericordia che, di fronte alla conversione di quegli uomini, si muove a compassione, a pietà.

Siamo partiti dal digiuno come rinuncia, mortificazione e penitenza ma subito capiamo che tutto questo non è mai fine a se stesso. La rinuncia non è una rinuncia solo per essere capaci di mortificare i nostri sensi o i nostri desideri, ma prepara invece ad un incontro vero, autentico, con Dio, e diventa allora il modo con cui impariamo a fare la rinuncia più preziosa. Già qui capiamo allora che quando parliamo di digiuno non parliamo solamente di digiuno dall’acqua o dal cibo. È chiaro che il cibo e le bevande sono gli alimenti, sono ciò che di più essenziale, insieme a poche altre cose,  come l’aria che respiriamo, abbiamo nella vita. Senza cibo la nostra vita si spegne, lo sappiamo, ma proprio per questo diventano il simbolo allora di qualunque rinuncia a qualche elemento che è  prezioso, importante, qualche volta fondamentale per la nostra vita.

Perché allora privarsi di qualche cosa che in sé è utile, buono, necessario?

Per imparare a privarsi del proprio ‘io’, di se stessi, per imparare a rinunciare al nostro egoismo. Tante volte si manifesta la nostra voglia di prevalere sugli altri, di realizzare solo ciò che noi abbiamo in testa e nel cuore, e il digiuno diventa il modo con cui con semplicità impariamo a mettere da parte qualche volta anche il nostro ego, la nostra opinione e soprattutto a confidare solamente in noi stessi. Era quello che in fondo aveva fatto Elia, che confidava nella sua forza, nel suo modo di sconfiggere i sacerdoti degli idoli: a un certo punto si renderà invece conto che la sua forza non serve a niente, perché in mezzo a quel deserto la regina Gezabele l’avrebbe preso con facilità, e si accorge che l’unica forza sulla quale valeva la pena di fare affidamento era quella che veniva da Dio e dal suo amore.

Finora siamo rimasti ancora ad un livello personale, individuale, ma mai una ‘pratica’ tra quelle quaresimali si risolve solo nel nostro rapporto individuale con il Signore, neanche la preghiera solo tra me e Lui, tantomeno l’elemosina o il digiuno. Qualcuno potrebbe dire che Gesù nel Vangelo ci invita a fare tutto questo di nascosto, e questo è vero, perché ci ricorda che non dobbiamo mai farlo diventare un vanto da mostrare agli altri.  Non si tratta di mostrare qualcosa agli altri, ma di lasciare che il nostro cuore cambi perché il nostro rapporto con Dio passi anche attraverso il nostro fratello, il nostro prossimo, che fa entrare nella nostra vita colui che in apparenza è lontano ma che in realtà è il più vicino, il più prossimo tra tutti, cioè Dio stesso.

Ecco, allora le pratiche non sono mai qualcosa che si risolve individualmente tra noi e il Signore, ma che portano poi un riflesso nella nostra vita insieme agli altri, accanto al nostro prossimo, ai nostri fratelli.

Lo ricordava anche papa Benedetto, che nel messaggio per la Quaresima del 2009 ricordava proprio che la pratica del digiuno ha a che fare con il riconoscere come tante persone nel mondo sono costrette a rinunciare non solo a qualcosa, ma a tanto, talvolta anche a tutto, nella loro vita, e ricordava come anticamente, nelle prime comunità cristiane, le collette che si facevano nelle diverse comunità per raccogliere soldi e aiuti avevano proprio questo spirito e questo significato: rinunciare a qualcosa, metterlo insieme e darlo ad altri che avevano bisogno. Ci ricordava dunque papa Benedetto un significato profondo del digiuno: creare comunione.

Proprio per approfondire questo aspetto leggiamo una pagina del Nuovo Testamento, che sembra non aver molto a che fare con il digiuno:

30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'”. Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.

34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. 35Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; 36congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare”. 37Ma egli rispose loro: “Voi stessi date loro da mangiare”. Gli dissero: “Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?”. 38Ma egli disse loro: “Quanti pani avete? Andate a vedere”. Si informarono e dissero: “Cinque, e due pesci”. 39E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. 40E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. 41Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. 42Tutti mangiarono a sazietà, 43e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. 44Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini. (Mc 6, 30-44)

Ci colpisce il luogo: si parla di un luogo deserto, più nel senso di luogo solitario, dove non c’erano case o villaggi, ma sicuramente un luogo in cui si corre il rischio di non mangiare, di avere fame. Ci ricorda Gesù che era tardi, che erano sfiniti, che erano come pecore che non hanno pastore.

Una grandissima folla, senz’altro molti di più di cinquemila, con donne e bambini e di fronte a questa grandissima folla che si è appena nutrita della sua parola, Gesù ancora una volta ha compassione. Congedali, in modo che possano comprarsi da mangiare”, gli dicono i discepoli, ma Gesù risponde: “Voi stessi date loro da mangiare”.

C’è un dettaglio in questa pagina, che mi colpisce sempre: Gesù sceglie di partire da quei cinque pani e due pesci, mentre poteva fare ben altro. Più che parlare di ‘moltiplicazione’ dei pani e dei pesci, potremmo invece parlare della ‘divisione’ , della ‘condivisione’ dei pani e dei pesci, non per oscurare il segno, ma per ricordarci che Gesù, in tutti i suoi segni, anche in quelli più grandi come in questo caso, parte sempre dalla realtà umana concreta, che c’è, che è presente, parte da quel poco che c’è e chiede a noi di metterci quel poco perché possa diventare il tanto.

Nella versione dell’evangelista Giovanni scopriamo che quei pani e quei pesci erano nella sacca di un giovanetto, che li mette a disposizione di tutti. Anche questo mi sembra un fatto grande, perché mi sono sempre detto che quel ragazzo poteva portare tante obiezioni alla richiesta da parte dei discepoli, anche giuste, umanamente più che condivisibili (che potevano pensarci anche gli altri a portarsi il cibo, che la fatica di portare quel cibo l’aveva fatto lui, e soprattutto che se ne faceva la folla di cinquemila di pochi pani e pesci… non serve a nulla metterli a disposizione di tutti…). Invece lui non fa tutti questi calcoli umanamente più che giustificati, e sceglie di fare quel gesto che potrebbe sembrare quasi quello del digiuno, della rinuncia volontaria: mettere quel poco a disposizione di tutti.

E qui avviene il vero miracolo: perché quel poco, quel quasi nulla che era nelle sue mani diventa, messo nelle mani di Gesù, il tanto, il tutto, perfino il troppo, perché alla fine avanza sia il pane che il pesce. Credo che qui davvero ci sia il senso profondo di quello che stiamo cercando. Ci sono anche altri richiami interessanti: i discepoli che sono mandati a vedere, a cercare quello che c’è, e poi lo portano da Gesù e poi ancora lo riportano alla folla. Mi pare una descrizione molto bella di quello che ogni discepolo, ogni comunità cristiana, la Chiesa deve fare: portare a Gesù la nostra umanità per poi da lui portarla, trasfigurata e trasformata, ancora una volta, ad ogni uomo.

Torniamo a questo gesto che nasce da quella condivisione, da quella rinuncia, in fin dei conti: ogni segno del Vangelo ha sempre un significato che va più in profondità nella nostra vita. Qui allora non si parla più semplicemente di pane o di pesce, ma si parla di tutto ciò che di prezioso ed importante abbiamo nella nostra vita. Ogni tanto ci è detto di porre una rinuncia: il digiuno o la rinuncia diventa il modo con il quale impariamo tutto questo, cioè a condividere ciò che abbiamo di più importante e prezioso nella vita, anche quando compiamo un piccolo gesto apparentemente marginale, qualcosa che deve e vuole trasformare l’intimità del nostro cuore. Vuol dire imparare a mettere nelle mani del Signore il poco, il quasi nulla che abbiamo in noi, nelle mani del Signore. Impariamo a mettere tutto quanto noi stessi nelle mani del Signore, impariamo a condividere, perché solo questa in realtà è la strada che ci aiuta a moltiplicare la vita. Mi capita ogni tanto, soprattutto con i bambini, di fare questo esempio: se noi cerchiamo di trattenere della sabbia nella nostra mano e la stringiamo a pugno, la sabbia va dappertutto tranne che rimanerci in mano. Se invece apriamo un po’ la mano, la sabbia resta lì, e se poi le mettiamo accanto l’altra mano, riusciamo a trattenerne molta di più. Perdere la vita per ritrovarla, ci insegna il Vangelo: è il ribaltamento del nostro modo di pensare.

Questo è il senso profondo della rinuncia: imparare a perdere un po’ di noi stessi, ma per trovare qualcosa di molto più grande, per imparare ad affidarci fino in fondo al Signore e riscoprire da lui il senso e la meraviglia della nostra vita.

Tutto questo allora riguarda anche la strada che tante volte percorriamo, che tante volte attraversa anche un deserto. È bello scoprire che proprio lì, il gesto di rinuncia  di un ragazzo in un luogo solitario dove la fame si faceva sentire di più, quel gesto di condivisione ha portato a ritrovare la vita, a moltiplicarla. Così anche per noi, nella nostra strada che tante volte passa attraverso il deserto, possiamo scoprire che solo donando, solo donandoci, possiamo ritrovare il molto, il tanto, il tutto, quel molto, quel tanto, quel tutto che parte dal poco che abbiamo nelle nostre mani e che nelle mani piene d’amore del Signore diventa davvero ciò che di più prezioso e più importante c’è per ciascuno di noi.

da registrazione – non corretta dal relatore