Quaresimale III

Quaresimale 2018 – venerdì 2 marzo

Don Gianpaolo Romano

“Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore”.

Ci introduciamo con la preghiera del salmo 86:

Signore, tendi l’orecchio, rispondimi,
perché io sono povero e misero.
 
2 Custodiscimi perché sono fedele;
tu, Dio mio, salva il tuo servo, che in te confida.
 
3 Pietà di me, Signore,
a te grido tutto il giorno.
 
4 Rallegra la vita del tuo servo,
perché a te, Signore, rivolgo l’anima mia.
 
5 Tu sei buono, Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi t’invoca.
 
6 Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce delle mie suppliche.
 
7 Nel giorno dell’angoscia alzo a te il mio grido
perché tu mi rispondi.
 
8 Fra gli dèi nessuno è come te, Signore,
e non c’è nulla come le tue opere.
 
9 Tutte le genti che hai creato verranno
e si prostreranno davanti a te, Signore,
per dare gloria al tuo nome.
 
10 Grande tu sei e compi meraviglie:
tu solo sei Dio.
 
11 Mostrami, Signore, la tua via,
perché nella tua verità io cammini;
tieni unito il mio cuore,
perché tema il tuo nome.
 
12 Ti loderò, Signore, mio Dio, con tutto il cuore
e darò gloria al tuo nome per sempre,
 
13 perché grande con me è la tua misericordia:
hai liberato la mia vita dal profondo degli inferi.
 
14 O Dio, gli arroganti contro di me sono insorti
e una banda di prepotenti insidia la mia vita,
non pongono te davanti ai loro occhi.
 
15 Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso,
lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà,
 
16 volgiti a me e abbi pietà:
dona al tuo servo la tua forza,
salva il figlio della tua serva.
 
17 Dammi un segno di bontà;
vedano quelli che mi odiano e si vergognino,
perché tu, Signore, mi aiuti e mi consoli.
 
Fedeli al metodo con cui abbiamo intrapreso il nostro cammino quaresimale, dopo aver iniziato a conoscere il deserto come luogo biblico, concreto e spirituale ad un tempo, siamo passati la volta scorsa ad approfondire alcuni temi classici della vita cristiana, cercando di collegarli non in generale, ma appunto tenendoli sullo sfondo del deserto.

Cosa vuol dire accogliere una vocazione, essere chiamati da Dio in mezzo a un deserto?

Ce lo hanno fatto intravedere le esperienze bibliche di Mosè e di Elia. Dove il deserto, lo ripetiamo ancora, è sì un ambiente geografico, ma molto più è un complesso di sentimenti e di realtà spirituali. Essere chiamati in mezzo a un deserto vuol dire allora non tanto ricevere un messaggio da Dio mentre ci si trova tra le dune di sabbia, ma scorgere, accogliere la presenza di Dio che ci chiama a una vita piena, felice, anche quando umanamente ci troviamo in una condizione di aridità, di desolazione, oppure di solitudine, di fame…

Questo venerdì, come ci ha fatto intuire il salmo che abbiamo appena recitato, proviamo a riflettere circa un’altra realtà essenziale della vita cristiana, la preghiera.

Senza nessuna pretesa di poter esaurire la ricchezza di pensieri ed esperienze circa questa fondamentale azione del discepolo, del cristiano, ma provando, ancora una volta, a intercettarla nello scenario che ci siamo scelti, il deserto. Cosa possiamo dire, allora, di una preghiera che si muove all’interno di quelle coordinate spirituali che abbiamo richiamato prima?

Di esempi legati alla preghiera e al deserto ce ne sono diversi. Basti pensare ai cosiddetti Padri del deserto, cioè a quei monaci ed eremiti che nel IV secolo si sono riuniti in zone solitarie, brulle ed aride per vivere una più radicale esperienza di ascesi e di preghiera, appunto. Ma anche nel testo biblico non mancano esempi di preghiere che hanno per scenario il deserto. Alcuni profeti (lo stesso Elia che abbiamo incontrato venerdì scorso, oppure Osea) ce ne offrono un esempio. Ma in questa occasione vorrei fermarmi su un testo del libro dell’Esodo, il libro biblico che più di ogni altro ci fa entrare e camminare nel deserto. Lo ascoltiamo:

7Allora il Signore disse a Mosè: “Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. 8Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto””. 9Il Signore disse inoltre a Mosè: “Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervice. 10Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione”.

11Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: “Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? 12Perché dovranno dire gli Egiziani: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra”? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. 13Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”.

14Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.     (Esodo 32, 7-15)

Siamo ad un passaggio cruciale dell’esodo: Dio consegna la legge a Mosè e stringe un’alleanza con il suo popolo; ma questo popolo, spazientito dall’attesa, si costruisce un idolo da adorare. È la quintessenza di un’esperienza, l’uscita dall’Egitto, che a tratti è percepita com un’epopea carica di promesse, ma più spesso come un’azione fallimentare che porta a vivere nel rimpianto e nel lamento; perfino nella nostalgia di quella terra di schiavitù. Tutto questo porta all’ira divina e alla preghiera, all’intercessione di Mosè in favore del popolo. Riconosciamo i tratti del deserto, non solo geografico: il popolo è stremato e confuso e cade in un grave peccato, Dio sembra essere più che mai lontano, Mosè vede crollare tutto ciò per cui ha lottato in quei lunghi anni; vede tutto d’un tratto smentire la sua stessa vocazione: è vero, Dio promette un altro popolo, un’altra discendenza, ma non il popolo dei suoi fratelli, che si era preso a cuore, che gli era stato affidato. Un fallimento, dunque, anche per lui. e di fronte a questo deserto, Mosè fa sgorgare una preghiera profonda e sincera.

Per capirne appieno il significato, ricorriamo ad un ampio estratto di un articolo uscito qualche anno fa sull’Osservatore Romano (precisamente il 4 aprile 2014), che riprendeva e cuciva insieme i pensieri che papa Francesco aveva pronunciato a partire dal nostro brano in una meditazione mattutina presso la Cappella di Santa Marta. Ci lasciamo guidare, allora, dalla riflessione del Santo Padre:

È come se in questo dialogo Dio volesse prendere le distanze, dicendo a Mosè: «Io non ho niente a che fare con questo popolo; è il tuo, non è più il mio». Ma Mosè risponde: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente?». E così, ha affermato il Santo Padre, «il popolo è come in mezzo a due padroni, a due padri: il popolo di Dio e il popolo di Mosè».

Ecco allora che Mosè inizia la sua preghiera, «una vera lotta con Dio». Mosè «parla liberamente davanti al Signore». E così facendo «ci insegna come pregare: senza paura, liberamente, anche con insistenza».

Dire parole e niente più non vuol dire infatti pregare. Si deve anche saper «“negoziare” con Dio». Proprio «come fa Mosè, ricordando a Dio, con argomentazioni, il rapporto che ha con il popolo». Dunque «cerca di “convincere” Dio» che se scagliasse la sua ira contro il popolo farebbe «una brutta figura davanti a tutti gli egiziani».

In buona sostanza Mosè «cercava di “convincere” Dio a cambiare atteggiamenti con tante argomentazioni. E queste argomentazioni va a cercarle nella memoria». Così «dice a Dio: tu hai fatto questo, questo e questo per il tuo popolo, ma se adesso lo lasci morire nel deserto cosa diranno i nostri nemici?». Diranno — prosegue — «che tu sei cattivo, che tu non sei fedele». In questo modo Mosè «cerca di “convincere” il Signore», ingaggiando una «lotta» nella quale pone al centro due elementi: «il tuo popolo e il mio popolo».

La preghiera ha successo, perché «alla fine Mosè riesce a “convincere” il Signore». Il Papa ha rimarcato che «è bello come finisce questo brano» della Scrittura: «Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo». Certo, ha spiegato, «il Signore era un po’ stanco per questo popolo infedele». Ma «quando uno legge, nell’ultima parola del brano, che il Signore si pente» e «ha cambiato atteggiamento» deve porsi una domanda: Chi è cambiato davvero qui? È cambiato il Signore? «Io credo di no» è stata la risposta del vescovo di Roma: a cambiare è stato Mosè. Perché egli — ha affermato il Pontefice — credeva che il Signore avrebbe distrutto il popolo. E «cerca nella sua memoria com’era stato buono il Signore con il suo popolo, come lo aveva tolto dalla schiavitù dell’Egitto per portarlo avanti con una promessa».

È appunto «con queste argomentazioni che cerca di “convincere” Dio. In questo processo ritrova la memoria del suo popolo e trova la misericordia di Dio». Davvero, ha proseguito il Papa, «Mosè aveva paura che Dio facesse questa cosa» terribile. Ma «alla fine scende dal monte» con una grande consapevolezza nel cuore: «il nostro Dio è misericordioso, sa perdonare, torna indietro nelle sue decisioni, è un padre!».

Sono tutte cose che Mosè già «sapeva, ma le sapeva più o meno oscuramente. È nella preghiera che le ritrova». Ed è anche «questo che fa la preghiera in noi: ci cambia il cuore, ci fa capire meglio com’è il nostro Dio». Ma per questo, ha aggiunto il Pontefice, «è importante parlare al Signore non con parole vuote come fanno i pagani». Bisogna invece «parlare con la realtà: ma, guarda, Signore, ho questo problema nella famiglia, con mio figlio, con questo o quell’altro… Cosa si può fare? Ma guarda che tu non mi puoi lasciare così!».

La preghiera prende e richiede tempo. Infatti «pregare è anche “negoziare” con Dio per ottenere quello che chiedo al Signore» ma soprattutto per conoscerlo meglio. Ne viene fuori una preghiera «come da un amico a un altro amico». Del resto «la Bibbia dice che Mosè parlava al Signore faccia a faccia, come un amico». E «così deve essere la preghiera: libera, insistente, con argomentazioni». Persino «“rimproverando” un po’ il Signore: ma tu mi hai promesso questo e non l’hai fatto!». È come quando «si parla con un amico: aprire il cuore a questa preghiera».

Papa Francesco ha anche ricordato che, dopo il faccia a faccia con Dio, «Mosè è sceso dal monte rinvigorito. Ho conosciuto di più il Signore. E con quella forza che gli aveva dato riprende il suo lavoro di condurre il popolo verso la terra promessa». Dunque «la preghiera rinvigorisce».

Il Pontefice ha concluso chiedendo al Signore che «dia a tutti noi la grazia, perché pregare è una grazia». E ha invitato a ricordare sempre che «quando preghiamo Dio, non è un dialogo a due», perché «sempre in ogni preghiera c’è lo Spirito Santo». Dunque «non si può pregare senza lo Spirito Santo: è lui che prega in noi, è lui che ci cambia il cuore, è lui che ci insegna a dire a Dio “padre”».

Un dialogo tra amici…Dice padre Ermes Ronchi che in principio non c’è la preghiera, bensì l’amicizia, non la preghiera, ma la vita: la carezza della gioia, la pressione del dolore, la fame di pane e di senso. Da qui nascono la supplica e la lode. E S. Teresina di Lisieux diceva che per lei “la preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia”. È vero. La vita dell’uomo, di ciascuno di noi, è racchiusa tra il vagito, il pianto del neonato, così necessario per vivere, e il sospiro affannoso, il rantolo del morente. Queste due umanissime grida dell’uomo, peraltro condivise da Gesù, vero Dio e vero uomo, sono già preghiera. Lo sono anche per chi non dovesse mai mettere piede in chiesa. Lo sono anche per chi si avverte lontano da Dio. ciò che ci insegna il deserto, luogo di privazione, austerità, è che siamo tutti mendicanti di senso e di vita. tutti. Tutti abbiamo bisogno di altro, dell’altro, di Qualcun altro per vivere.

Il papa ci ha parlato di preghiera come negoziazione, come lotta, perfino come rimprovero fatto a Dio. una lotta in mezzo al deserto che cambia Mosè e cambia, se vogliamo, anche noi, il nostro cuore, la nostra vita. è questo il miracolo della preghiera, del fare memoria: la preghiera ci fa scorgere il vero volto di Dio, ci fa toccare la sua misericordia e il suo amore.

Per capire fino in fondo tutto questo, vale la pena spostarci ad un’altra pagina della Bibbia, il brano del capitolo 11 di Luca:

1 Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. 2Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite:

Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
3dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
4e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”.

5Poi disse loro: “Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, 6perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”, 7e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, 8vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
9Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 11Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? 12O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? 13Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”.    Lc 11, 1-13

Vi sono racchiuse le parole preziose (e, ancor più, lo stile prezioso) del Padre Nostro, che fanno seguito alla domanda dei discepoli di insegnar loro a pregare. Vi compare la bella parabola cosiddetta dell’amico importuno, che ci fa percepire come la preghiera sia “una circolazione di amicizia” (ancora secondo le parole di Ronchi), ma, ed è ciò su cui vorrei che ci soffermassimo, vi è contenuta una promessa: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”.

Molte volte la nostra preghiera non sembra essere ascoltata; come mai? Il Padre sa di cosa abbiamo bisogno. Ma sapere che il Padre conosce le nostre necessità, le nostre povertà e fragilità e poi non vederci esauditi può gettarci ancor più nello sconforto. E questo anche quando le nostre domande vanno oltre ogni superficialità e toccano gli aspetti che più contano del nostro vivere: la salute, la pace, gli affetti; come mai? E questo anche quando la preghiera non si ferma semplicemente su noi stessi, non è un ripiegamento egoistico, ma si apre sulle persone che ci stanno a cuore, sul prossimo e sull’umanità intera. Come mai?

È questo forse il volto più duro del deserto, in riferimento al tema della preghiera. Un deserto che fa percepire solitudine e smarrimento sopra ogni altra cosa.

Ma interessante è la frase con cui Gesù conclude le sue parole in questo brano: “Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”.    Già, perché se facciamo attenzione proprio qui è contenuta la risposta al nostro quesito. Dio dona lo Spirito. Gesù non ci dice che ogni singola domanda viene esaudita, ma salta ad un piano diverso: ad essere sempre esaudita è la richiesta dello Spirito Santo. Ma dire questo equivale a dire che Dio ci dona sempre se stesso. È questo il vero segreto della preghiera: non è un incantesimo o un’arte magica per piegare la volontà di Dio ai nostri desideri e, neppure, in senso più alto, il modo per consolarci di fronte alle fatiche e agli scacchi che inevitabilmente ci riserva la nostra esistenza. Pregare è cercare Dio e scoprirsi trovati da Lui. Pregare è vivere questa comunione profonda, autentica con Lui. E’ scoprire che anche il deserto è abitato dalla sua presenza e dal suo amore. Che anche il deserto non fa più paura.

Concludiamo con una parola pronunciata da un importante teologo protestante del secolo scorso, ossia Dietrich Bonhoeffer, il quale morì nei campi di sterminio di Hitler in seguito alla sua ferma opposizione al nazifascismo. Una frase che riassume bene quanto abbiamo provato a dire circa la preghiera, sullo sfondo biblico del deserto: “Dio non esaudisce tutte le nostre richieste, ma compie ogni sua promessa”.

da registrazione – non corretta dal relatore