Quaresimale II

Quaresimale 2018 – venerdì 23 febbraio

Don Gianpaolo Romano

“Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore”.

Abbiamo iniziato venerdì scorso parlando del deserto, luogo molto caro al racconto biblico, non solo come luogo geografico, ma luogo simbolo anche della nostra vita, di tanti momenti della nostra vita.

Ci introduciamo con la preghiera del salmo 139:

 

Signore, tu mi scruti e mi conosci,

2 tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo,

intendi da lontano i miei pensieri,

 

3 osservi il mio cammino e il mio riposo,

ti sono note tutte le mie vie.

 

4 La mia parola non è ancora sulla lingua

ed ecco, Signore, già la conosci tutta.

 

5 Alle spalle e di fronte mi circondi

e poni su di me la tua mano.

 

6 Meravigliosa per me la tua conoscenza,

troppo alta, per me inaccessibile.

 

7 Dove andare lontano dal tuo spirito?

Dove fuggire dalla tua presenza?

 

8 Se salgo in cielo, là tu sei;

se scendo negli inferi, eccoti.

 

9 Se prendo le ali dell’aurora

per abitare all’estremità del mare,

 

10 anche là mi guida la tua mano

e mi afferra la tua destra.

 

11 Se dico: “Almeno le tenebre mi avvolgano

e la luce intorno a me sia notte”,

 

12 nemmeno le tenebre per te sono tenebre

e la notte è luminosa come il giorno;

per te le tenebre sono come luce.

 

13 Sei tu che hai formato i miei reni

e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.

 

14 Io ti rendo grazie:

hai fatto di me una meraviglia stupenda;

meravigliose sono le tue opere,

le riconosce pienamente l’anima mia.

 

15 Non ti erano nascoste le mie ossa

quando venivo formato nel segreto,

ricamato nelle profondità della terra.

 

16 Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi;

erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati

quando ancora non ne esisteva uno.

 

17 Quanto profondi per me i tuoi pensieri,

quanto grande il loro numero, o Dio!

 

18 Se volessi contarli, sono più della sabbia.

Mi risveglio e sono ancora con te.

 

Signore, tu mi scruti e mi conosci”: così inizia questo salmo, in cui si parla dell’incontro intimo e profondo tra Dio e l’uomo, un incontro che, lo sappiamo, è all’origine di quella che abitualmente e tradizionalmente, nella storia della fede e della Chiesa, siamo soliti chiamare ‘vocazione’.

In questo quaresimale vorrei allora approfondire con voi questo tema della vocazione, ovviamente non venendo meno però al provare a vedere questo tema calandolo nell’ambiente del deserto.

Ricorderete che la settimana scorsa abbiamo anche azzardato una sorta di parallelo con quando, a Natale, nelle case si preparano i presepi, semplici ambientazioni e ricostruzioni di quella che era la vita a Betlemme, e quindi vorrei un po’ in questo tempo di Quaresima provare a ricostruire l’ambiente del deserto, per incontrare personaggi, situazioni, aspetti, scene di realtà di vita che ci aiutino a cogliere il tempo di Quaresima come tempo non di privazione, di rinuncia, ma soprattutto come un tempo in cui lasciarsi riempire dalla luce pasquale, in cui vivere davvero la preparazione alla Pasqua che ci incontra e ci raggiunge ancora una volta nella nostra vita.

Oggi allora affrontiamo il tema della vocazione cercando di coglierlo nella realtà del deserto. Due scene in particolare mi sono sembrate significative per affrontare questo tema.

Una scena è quella della vocazione di Mosè (Es 3, 1-12)  e poi il racconto tratto dal I Libro dei Re della vocazione di Elia, che per la verità non è una classica scena di vocazione ma che possiamo considerare come tale.

Prima di affrontare queste due scene mi sembra però opportuno tornare a quello che dice uno dei testi più importanti del Concilio Vaticano II, la Lumen gentium, che spiega  e approfondisce la realtà della Chiesa, proprio a proposito della vocazione:

Tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” (n. 40): si tratta della vocazione universale alla santità, la chiamata cioè di tutti gli uomini, attraverso il Battesimo, alla santità.

Quando mi capita di preparare qualche famiglia al Battesimo, mi piace ricordare che il canto delle litanie dei santi che si fa durante la celebrazione non è mai solamente un canto con cui affidiamo i figli alla protezione dei santi, ma è innanzitutto il modo con cui ricordiamo quel destino a cui siamo chiamati a partire dal nostro Battesimo. E il destino è quello di vivere fino a fondo il Vangelo, di essere fino in fondo amici di Dio, di essere fino in fondo figli di Dio.

Questa è la vocazione alla santità: non occupare una nicchia nelle nostre chiese, evidentemente, o un posto nel calendario, ma è la vocazione a vivere pienamente la vita cristiana. Questa pienezza mi piace descriverla con un’altra parola molto più ‘laica’: felicità. Se noi siamo cristiani, non lo siamo innanzitutto per essere buoni, bravi, belli, da ammirare, da contemplare, ma siamo cristiani per essere felici, perché la nostra vita sia piena.

Vi ricorderete che venerdì scorso per spiegare un po’ la realtà del deserto abbiamo utilizzato la parabola della moneta perduta, e abbiamo ricordato come spesso nella nostra vita siamo un po’ perduti come quella moneta, magari messi in un angolo, al buio. Ebbene, ricordavamo però come Dio si comporta con noi, monete perdute, proprio come faceva quella padrona di casa della parabola: venendoci a cercare, mettendo a soqquadro la casa per riportarci alla luce.

Questo allora è il senso profondo del nostro essere chiamati (perché questo vuol dire la parola ‘vocazione’: ‘chiamati’). E’ una chiamata innanzitutto non a fare qualcosa, ma una chiamata ad essere felici, a venir fuori dall’angolo buio in cui tante volte veniamo relegati o in cui talvolta ci cacciamo noi, per vivere fino in fondo questa felicità, questa pienezza di vita.

Passiamo quindi ai nostri due brani, legati a due momenti molto particolari di questi due personaggi, Mosè ed Elia, potremmo dire due momenti di deserto, anche geografico, in cui si incontrano con Dio e vivono questa vocazione.

1 Mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. 2L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. 4Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”. 5Riprese: “Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!”. 6E disse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio.

7Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. 8Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Ittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. 9Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. 10Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!”. 11Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?”. 12Rispose: “Io sarò con te” (Es 3, 1-12)

Alcuni tratti di questo racconto di vocazione: innanzitutto si svolge nel deserto, geografico, in cui Mosè stava con il gregge, ma anche in un deserto si può dire spirituale, anche se un po’ particolare. Mosè in fondo non se la passava poi così male: aveva trovato una famiglia, quella di Ietro, che l’aveva accolto, si era sposato e si era formato una sua famiglia, aveva una certa agiatezza e sicurezza economica, al riparo  dai pericoli, però non insieme al suo popolo, quegli Ebrei che erano ancora schiavi in Egitto. Non è neppure nel luogo dove era cresciuto, in Egitto appunto, alla corte del Faraone.

E soprattutto dal racconto si capisce che probabilmente non stava facendo quello che realmente desiderava fare. Qualche riga prima di quello che abbiamo letto, nel cap. 2, ci sono due versetti che parlano di Mosè che da piccolino cresce, diventa grande e poi prende l’iniziativa, in cui si dice che Mosè si accorge dell’oppressione del suo popolo, dei suoi fratelli, e si adopera in qualche modo per salvarli e portarli fuori da questa oppressione.

Mosè era forte, giovane, pieno di energia e buona volontà, ma il suo tentativo fallisce miseramente: uccide un egiziano, poi prova a separare due Ebrei che stanno litigando, viene scoperto e scappa lontano perché il Faraone lo cerca per metterlo a morte, finisce nel deserto e lì appunto incontra Ietro.

E’ molto curioso, perché, fateci caso, c’è un momento nella vita, in cui appunto Mosè era giovane e forte e voleva salvare il suo popolo, era una sua iniziativa e un suo desiderio profondo, che fallisce miseramente, e deve scappare, finendo nel deserto. Lì si crea un’altra vita, tranquilla, comoda, ma che non gli ha consentito di fare quello che avrebbe voluto, di salvare il suo popolo, di portarlo fuori dalla schiavitù.

Prima avrebbe voluto e ha fallito, ora invece è Dio che chiama Mosè, molto più anziano e molto diverso da quello di anni prima, e lo chiama proprio per questo compito: andare a prendere i suoi fratelli e portarli fuori dall’Egitto, andare a liberarli dall’oppressione del Faraone.

Mosè ha delle obiezioni, e la prima è: “Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?” La risposta di Dio è stupenda: “Io sarò con te”. Qui sta la differenza: la vocazione di Mosè non nasce dalla sua forza o dalla sua abilità, dalle sue capacità, ma nasce dalla forza di Dio, dalla sua presenza.   Anche il passaggio in cui Dio rivela il suo nome a Mosè, “Io sono colui che sono”, in realtà significa questo: io sono sempre presente accanto a te, accanto ad ogni uomo. Ecco la grande differenza: Mosè tanti anni prima contava sulle sue forze, che erano tante e fallisce; ora, faticando molto e con tante obiezioni, segue la chiamata di Dio, ed è la forza di Dio che lo porta fuori da quel deserto.

Passiamo ad Elia: Elia è un profeta chiamato da Dio ad annunciare il vero Dio in mezzo al suo popolo che si era pervertito e aveva iniziato a seguire altre divinità. C’è una scena molto importante nel I Libro dei Re, in cui Elia sfida i profeti di queste altre divinità e li sconfigge eliminandoli anche fisicamente. Succede che il re, e soprattutto la regina, sono contrari ad Elia, perché è proprio la regina ad aver portato questi nuovi culti alle divinità in mezzo al popolo d’Israele.

Ed Elia, pur avendo riportato un grande successo contro i sacerdoti di queste divinità, è costretto, proprio come Mosè, a scappare nel deserto. È veramente depresso, al punto che ad un certo momento, è addirittura desideroso di morire: “Ora basta, Signore, prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri” (I Re, 19, 4). Perché Elia è così depresso e rattristato, al punto di voler morire? Un motivo può essere quello del fallimento: Elia cerca di ristabilire il culto del vero Dio, ce la fa anche, ma questo non cambia le cose, al punto che lui stesso è costretto a scappare, perché contro la volontà del re e della regina non può fare nulla. Non è riuscito a portare la pace che voleva, non è riuscito a portare all’incontro con Dio, e per un uomo appassionato di Dio come lui questo è uno smacco colossale. Poi il peso grande, la fatica di dover fare il profeta.

E c’è forse di più: c’è l’incomprensione dell’azione di Dio. Mi chiami ad annunciare il vero culto in mezzo al mio popolo, lo faccio con tanto zelo, con tanta passione, e poi mi abbandoni, al punto che vengo inseguito e cacciato, al punto che devo scappare in mezzo ad un deserto a morire di fame?  Come mai? Qui forse c’è il passaggio più bello di questa pagina, quando il Signore si fa accanto ad Elia con delicatezza, gli fornisce nel deserto un po’ di cibo e di acqua, lo fa mangiare e bere, al punto che Elia può riprendere il cammino, la fuga, e per 40 giorni e 40 notti (numero simbolico, come abbiamo già visto) cammina, e raggiunge ancora una volta il monte del Signore, l’Oreb, il Sinai, dove avevamo incontrato Mosè.

Qui Elia viene invitato ad entrare in un riparo, una grotta, e l Signore gli chiede: “Che fai qui, Elia?”. Mentre nel caso di Mosè si ricercava l’identità di Mosè, ora si tratta di ricostruire l’azione, la vita di Elia: che fai? Elia risponde come può, con la sua verità: “Ho tanta passione di Dio, ma ora sono solo, sono abbandonato, sono smarrito”. E l’incontro con Dio che avviene sull’Oreb è un incontro straordinario, perché Elia sente tante cose: sente un vento impetuoso, che spezza le rocce, sente e avverte il terremoto, che scuote la terra, vede un fuoco, ma il Signore non era neppure nel fuoco, e dopo il fuoco sente il sussurro di un vento, di una brezza leggera.

“Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: “Che cosa fai qui, Elia?”.

Elia pensava di trovare il Signore in grandi segni: in fondo aveva predicato un Dio potente, aveva sfidato i sacerdoti delle divinità straniere a colpi di meraviglie, e invece si deve ricredere e vive una conversione profonda, gli viene chiesta una conversione. Si accorge che Dio non è presente tanto in quei segni grandiosi, non è un Dio potente e chiassoso, ma umile e silenzioso. E allora in questo libro così vecchio dell’Antico Testamento vediamo un fatto che ogni giorno riscopriamo nella nostra fede cristiana quando contempliamo la croce. Vediamo sì un segno potente, ma non secondo lo sguardo degli uomini, ma secondo lo sguardo di Dio.

E allora scopriamo che anche nei nostri deserti, nei nostri fallimenti, la risposta non ci viene da segni potenti e clamorosi di Dio, ma da un amore silenzioso, è quello che Dio ci propone ogni giorno. Si tratta di avere un cuore aperto, capace di riconoscere questa presenza.

Cosa raccogliamo da questi due brani?

Raccogliamo un Dio che continua a chiamarci anche e soprattutto nei nostri deserti: quello di Mosè era un deserto dell’abitudine e della tranquillità, della calma ma dell’insoddisfazione, e quello di Elia era un deserto molto più faticoso, della fuga bruciante, della fatica grande, dello smarrimento totale. Eppure Dio in entrambi i casi è lì, in quel deserto, ad incontrare l’uomo. “Signore, tu mi scruti e mi conosci”. È lì che continua a cercare la moneta perduta, persa, in un angolo. Si tratta di riconoscerlo: può essere un segno meraviglioso (il roveto che arde e non si consuma) può essere un silenzio del cielo, impalpabile.

Il nostro deserto può essere una vita accomodata e tranquilla, oppure una fuga e uno smarrimento bruciante, ma il Signore non smette di chiamare e di convertire il cuore.

Ci accorgiamo, rileggendo questi due brani, che in entrambi i casi c’è una chiamata specifica (Mosè va a salvare il suo popolo, ad Elia verrà chiesto di andare ad ungere Eliseo per organizzare ancora una volta la vita del suo popolo), ma la vera chiamata profonda non è mai quella a fare qualcosa, ma è una chiamata a lasciarsi cambiare il cuore: Mosè non voleva andare, Elia era depresso, e in entrambi i casi la prima chiamata che Dio rivolge loro è quella conversione del cuore che non è mai una conversione morale, non è mai cambiare quello che stiamo facendo (quella è una conseguenza).

La vera conversione del cuore è lasciarsi rovesciare la vita. Il Vangelo ce lo ripete ad ogni pagina: se tutti impariamo a correre fin da piccoli per arrivare primi, il Vangelo ci dice “Beati gli ultimi”;  noi pensiamo che sia importante diventare grandi e forti e il Vangelo ci dice che Dio predilige i piccoli; pensiamo a trattenere in tuti i modi la nostra vita, meglio che possiamo, per noi, a consumarla per noi e il Vangelo ci dice che è importante perderla se la vogliamo ritrovare, l’importante è donare.

Ecco, lasciarci ribaltare la nostra vita: questa è la conversione più profonda, e il Vangelo ce lo dice in molti modi. Questo ribaltare la nostra vita non è per essere più bravi e più buoni, ma per essere davvero felici, e la chiamata alla felicità è la chiamata alla santità.

da registrazione – non corretta dal relatore