Quaresimale I

Quaresimale 2018 – venerdì 16 febbraio

Don Gianpaolo Romano

“Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore”.

Vogliamo vivere questo cammino quaresimale con un’immagine tipica della Quaresima, e cioè quella del deserto, che penso possa comunicare tanto anche a noi in questo nostro tempo.
Iniziamo pregando insieme un salmo che ci parla del deserto.

Salmo 107, 1-9.33-43

1 Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
 
2 Lo dicano quelli che il Signore ha riscattato,
che ha riscattato dalla mano dell’oppressore
 
3 e ha radunato da terre diverse,
dall’oriente e dall’occidente,
dal settentrione e dal mezzogiorno.
 
4 Alcuni vagavano nel deserto su strade perdute,
senza trovare una città in cui abitare.
 
5 Erano affamati e assetati,
veniva meno la loro vita.
 
6 Nell’angustia gridarono al Signore
ed egli li liberò dalle loro angosce.
 
7 Li guidò per una strada sicura,
perché andassero verso una città in cui abitare.
 
8 Ringrazino il Signore per il suo amore,
per le sue meraviglie a favore degli uomini,
9 perché ha saziato un animo assetato,
un animo affamato ha ricolmato di bene.
 
33 Cambiò i fiumi in deserto,
in luoghi aridi le fonti d’acqua
 
34 e la terra fertile in palude,
per la malvagità dei suoi abitanti.
 
35 Poi cambiò il deserto in distese d’acqua
e la terra arida in sorgenti d’acqua.
 
36 Là fece abitare gli affamati,
ed essi fondarono una città in cui abitare.
 
37 Seminarono campi e piantarono vigne,
che produssero frutti abbondanti.
 
38 Li benedisse e si moltiplicarono,
e non lasciò diminuire il loro bestiame.
 
39 Poi diminuirono e furono abbattuti
dall’oppressione, dal male e dal dolore.
 
40 Colui che getta il disprezzo sui potenti
li fece vagare nel vuoto, senza strade.
 
41 Ma risollevò il povero dalla miseria
e moltiplicò le sue famiglie come greggi.
 
42 Vedano i giusti e ne gioiscano,
e ogni malvagio chiuda la bocca.
 
43 Chi è saggio osservi queste cose
e comprenderà l’amore del Signore.

Questo salmo ci fa ripercorrere un tratto dell’antica storia di Israele: posiamo rivedere l’esperienza dell’Esodo, dell’uscita dall’Egitto, ma anche del ritorno dopo il lungo esilio a Babilonia. E guarda caso, sempre questo lievito della terra promessa, questo ritorno a casa, passa attraverso il deserto. Il salmista allora ci invita a contemplare e osservare queste cose per comprendere l’amore del Signore. E’ quello che anche noi vogliamo fare in questo cammino quaresimale sullo sfondo di questo ambiente particolare, il deserto.

Sappiamo che la Quaresima è un tempo di quaranta giorni, un periodo di tempo in cui la Chiesa ci invita a vivere alcuni atteggiamenti, di preghiera, di ascolto, di conversione; ma nella tradizione spesso questo tempo della Quaresima è legato proprio ad uno spazio, ad un ambiente fisico, geografico, quello del deserto. E del resto la simbologia del numero 40 ritorna continuamente: 40 gli anni passati da Israele prima di rientrare in patria, 40 furono i giorni in cui il profeta Elia stette in cammino verso l’Oreb il Sinai, 40 i giorni in cui Gesù è rimasto nel deserto tentato da satana.

A dire il vero, l’idea di legare questi quaresimali attraverso il filo conduttore del deserto nasce proprio dalle righe del vangelo di Marco che ascolteremo domenica, quando Marco ci dice che, subito dopo il Battesimo, Gesù è sospinto dallo Spirito Santo nel deserto.

L’idea di deserto che abbiamo noi è quello di un deserto fatto di grandi distese di sabbia, di grandi spazi. In realtà nei luoghi in cui è vissuto Gesù (l’odierna Palestina), in cui ha vagato l’antico popolo d’Israele, non si tratta di trovare grandi distese di sabbia, ma si trova principalmente una steppa, arida, polverosa e piena di sassi. Il deserto è comunque un luogo molto particolare: per il clima, perché non c’è acqua, in cui non ci sono strade già segnate, e quelle che ci sono molto spesso si perdono; è un luogo di miraggi, un luogo dove ci sono anche animali pericolosi, serpenti velenosi. Se andate a leggere qualche versetto tratto dal n. 20 del libro dei Numeri ci viene detto perché il deserto è un luogo inospitale.

E allora può destare qualche perplessità il fatto che lo Spirito Santo, appena ricevuto da Gesù il Battesimo, come regalo per questo Battesimo, lo mandi nel deserto, in questo luogo inospitale, per essere tentato. Non lo tenta lo Spirito Santo, lo sappiamo, a tentarlo è satana e neppure si dice in Marco che lo Spirito Santo risolve le tentazioni di Gesù, semplicemente si dice che lo guida, lo accompagna in mezzo a quel deserto. Dicevamo che questo è il frutto del Battesimo ricevuto da Gesù, il segno che Gesù si unisce interamente al nostro essere uomini, e in qualche modo riconosciamo che anche con noi succede qualcosa di simile, anche con il nostro Battesimo, che non ci separa dagli scogli, dalle fatiche della nostra vita, non elimina in noi la lotta necessaria contro il male. Il Battesimo anche con noi spesse volte ci spinge nel deserto. Ci invita lì, nel deserto, a lottare, ma Dio non lo fa perché ci vuole male, lo fa perché ci vuole bene. Ripensiamo, penso che tutti l’abbiamo in mente, all’esperienza dell’Esodo: un ammasso di gente che esce dall’Egitto, che viene liberata dalla schiavitù, per essere piantata in mezzo al deserto, dove vaga 40 anni. Sappiamo bene che tante volte quel popolo sarà tentato di mormorare: “Perché ci hai portato qui in mezzo al deserto? Eravamo schiavi, ma in fondo stavamo anche bene…” Eppure scopriamo che in quel deserto quell’ammasso di gente diventa il popolo di Dio, in quel deserto scopriamo che Dio compie ancora una volta meraviglie.

Il deserto è il luogo della chiamata di Mosè, diventa il luogo della meraviglia e della potenza di Dio, ce lo chiarisce anche Ezechiele al cap. 3, quando viene mandato in una valle e lì scopre la meraviglia e la gloria di Dio. Diventa anche una pedagogia, perché il popolo, passo dopo passo, apprende come fidarsi di Dio, come vivere nell’essenzialità e fidarsi dell’intervento di Dio. È il luogo dell’alleanza: in mezzo al deserto, sul monte Sinai, Dio consegna a Mosè, al popolo, le Tavole della Legge.

Poi il deserto accompagna tutto il percorso di Dio, anche nel Vangelo, dove il deserto diventa ad esempio il luogo simbolo della preghiera; quando Gesù si ritira a pregare il Padre, si ritira in un luogo deserto, solitario. Il deserto è un luogo sterile, dove l’attività umana non riesce a produrre nulla, ma dove  l’uomo deve imparare ad accorgersi che Dio produce anche lì.

Allora credo che per dire in poche parole alcune caratteristiche del deserto, basta ricordarne tre.

Il deserto è luogo di cammino, non è mai luogo in cui sostare troppo; dicevamo dei 40 anni del popolo d’Israele nel deserto, ma il fine di quel cammino non era quello di accomodarsi in una bella oasi: il fine di quel cammino è uscire, il deserto è sempre e solo una tappa del cammino. Questo vale per l’antico popolo d’Israele, ma vale anche per noi, per il cammino della nostra vita, vale anche per i deserti che tante volte ci capitano.

Il deserto è un luogo di fiducia, il luogo cioè in cui il popolo di Dio impara a fidarsi. Ad un certo punto manca l’acqua, manca il cibo, ed è solo fidandosi che il popolo di Dio scopre che tutto quello proviene da Dio.

Il deserto è luogo di incontro, di grazia e di salvezza. Nell’Antico e nel Nuovo Testamento, in mezzo al deserto il popolo si incontra con un Dio che salva, con un Dio che ama.

Tratteggiando quindi queste caratteristiche capiamo che cosa vogliamo vivere in questi nostri incontri di Quaresima: prima di Natale di solito, nelle nostre case si allestisce il presepe, che tra le altre cose è anche un modo per entrare nello spirito del Natale, per conoscere alcuni personaggi, e così a volte è bello allestirlo, guardarlo, entrare nel clima del Natale. Mi piacerebbe così vedere nel deserto un ambiente che ci prepara alla Pasqua, che ci fa incontrare alcuni personaggi. Mi piacerebbe così riprendere in questi venerdì alcuni aspetti che la Quaresima ci consegna sempre: la preghiera, la vocazione, l’elemosina, la croce, alcuni aspetti che attraverso il racconto che viene dal deserto ci aiutano ad entrare nel clima autentico della Pasqua, a riscoprire che cosa la Pasqua insegna a ciascuno di noi.

Il titolo che abbiamo dato a questi incontri è preso da un versetto del profeta Osea, al cap. 2, v. 16: “Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore”, titolo che raccoglie un po’ tutto quello che abbiamo detto fino ad ora.

Il deserto è un luogo davvero strano dove portare qualcuno: se pensate che in questi capitolo Osea immagina di portare la sua sposa nel deserto, capite che è davvero strano come viaggio di nozze… Eppure Osea le dice: “Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore”. È una storia meravigliosa quella di Osea, profeta che profetizza non solo con le sue parole, riferendo le parole di Dio, ma profetizza con la vita e con l’esempio, con questa sposa che gli è infedele, come il popolo d’Israele non è fedele a Dio, eppure Osea continua ad amarla. E guarda caso, quando vuole ricostruire l’alleanza con la sua sposa, le dice che la condurrà nel deserto, il luogo dove Israele, dove ciascuno di noi è chiamato a tornare per capire l’amore di Dio.

E’ un deserto che finora abbiamo descritto come un luogo fisico, ma che cosa significa per noi, che non abitiamo in una zona desertica, che abbiamo acqua e cibo. Che cosa significa vivere l’esperienza del deserto? Per capirlo leggiamo un breve brano del vangelo, quel capitolo che contiene le tre grandi parabole della misericordia (la pecorella smarrita, il figliol prodigo, la dracma smarrita): mi piace in particolare la parabola della dracma smarrita.

Lc 15, 1-3.8-10

1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. 3Ed egli disse loro questa parabola:

8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.

In questa parabola nel caso della pecorella smarrita possiamo dire che è lei, la pecorella, anche se inconsapevole, a perdersi, perché si stacca dal resto del gregge, va in giro e si smarrisce, fino al momento in cui il pastore la trova. Il figliol prodigo, forse in maniera più consapevole, è il classico esempio di qualcuno che si sta allontanando radicalmente dalla strada, ne prende un’altra, fa di testa sua, sperpera i suoi averi e alla fine torna nella casa del padre e viene accolto da questa figura magnifica di padre. Nel caso della moneta, la moneta non si perde, non lo fa apposta: la moneta viene persa. Non sappiamo come sia successo: ad un certo punto la moneta si trova in un angolo buio della casa e non si trova più.

Nella vita tante volte capita anche a noi, per tanti motivi, di trovarci in un angolo nascosto, perché magari c’è alle nostre spalle un fallimento affettivo, famigliare, lavorativo, perché magari ci sentiamo tanto soli, perché non abbiamo speranza….

Tutti noi prima o poi abbiamo questa sensazione di sentirci un po’ messi da parte, e questa esperienza del sentirsi smarriti va incontro alla meraviglia di quella donna che per quella sola moneta mette a soqquadro la casa, finché la trova. C’è una sproporzione, ma Dio è sempre sproporzionato, e se dovesse darci secondo la misura con cui noi diamo a lui…..

In quella donna è raffigurato un Dio che viene a cercarci nell’angolo più oscuro, remoto della nostra vita, e poi dà una grande festa, come quella donna che spende probabilmente molto più di quella moneta. Eppure questa è la realtà di Dio, che nel deserto viene, ci cerca, ci scopre, ci trova e ci ama. Abbiamo vissuto l’Anno della misericordia, vivremo un Sinodo incentrato sulla misericordia: misericordia non è solamente il perdono,  è anche la grandezza di un Dio che si china con amore nei nostri deserti, nel nostro vuoto, nella nostra perdizione, ci scopre e ci prende per mano e fa festa con noi.

Vorrei allora ripartire da qui, dal deserto, da questa esperienza magari di abbandono, di fatica, ma anche un’esperienza di grazia, di amore e di salvezza.

da registrazione – non corretta dal relatore