verbale 1 febbraio 2018

La seduta si apre alle 21.05; sono assenti 6 consiglieri. Per la prima volta è presente don Rodolfo (che ha iniziato il suo servizio presso la nostra comunità da qualche mese); alla seduta partecipano anche don Roberto (che non faceva parte del consiglio e che don Gianluigi ha voluto come membro) e Gabriele (parteciperà al Consiglio nei modi e nei tempi previsti dalla sua permanenza nella nostra comunità).

In un momento di preghiera e di riflessione, don Gianluigi propone un brano dal Libro dell’Apocalisse (Ap 21, 1-7), in cui Giovanni, ispirato da Dio, racconta una visione di “un cielo nuovo e una terra nuova”. Il passo è centrato sulla figura di “Colui che siede sul trono” che promette: “a colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita”.

Chi è guidato dalla Parola di Dio e vive nella fede ha sete di camminare con il Signore e l’esperienza stessa del Consiglio Pastorale non può che essere pensata e vissuta anzitutto come un’esperienza di fede illuminata dalla Parola di Dio. Certamente, la fatica della Chiesa è quella di “avere sete” nel tempo che ci è dato da vivere e la difficoltà delle immagini proposte dall’Apocalisse ci impegna nel tentativo di figurare la visione finale. Si tratta della meta in cui speriamo, la meta che desideriamo di raggiungere attraverso l’esempio di Cristo risorto.

Per avere la forza di camminare nel presente, ciò che ci è chiesto da Dio è solo avere sete di camminare, non sentirsi mai sazi, ricercare la verità. Che cosa è il Consiglio Pastorale se non questa ricerca della verità per la nostra comunità? Chi ha sete è già vicino all’incontro con Dio, che cammina verso la via del compimento delle cose è già sulla strada di cieli nuovi e terra nuova. Nel cammino del Consiglio Pastorale, infine, non possiamo e non dobbiamo mai ritenerci soli: l’esperienza del confronto fraterno nella verità (che equivale, infondo, alla “sinodalità”) ci permette di camminare insieme, attraverso il consiglio degli altri. Solo in questo modo potremo accrescere la sete, che sarà gratuitamente saziata da Dio.

Il momento formativo si conclude con una preghiera del  card. Martini, una supplica per imparare a camminare nella volontà di Dio nella storia e con l’Eterno Riposo per la scomparsa del padre di don Giuseppe Maria Zoccola (ex-vicario in san Bartolomeo).

Dei punti previsti all’o.d.g. ne viene discusso uno soltanto, che impegna i consiglieri, i quali sono tutti invitati da don Gianluigi ad esprimersi. Ci si interroga sia personalmente sia in rappresentanza dei gruppi di cui si fa parte. Come vediamo la nostra comunità? Quali realtà bisognose o mancanti percepiamo in essa? Ci sono urgenze particolari che devono essere scelte come priorità per il lavoro del Consiglio Pastorale?

Dalle analisi di ciascuno emergono sguardi e prospettive con cui affrontare i diversi problemi. Fondamentalmente le questioni aperte attorno a cui ruota la discussione sono quattro: la partecipazione e il sentimento religioso e spirituale che esprime la nostra comunità, la necessità di relazione, comunione e ascolto per tutti, la preoccupazione per i ragazzi e per la formazione delle future generazioni attraverso le attività dell’oratorio e la presenza a Messa e le differenze socio-contestuali e partecipative tra San Rocco e San Bartolomeo.

A partire dagli eventi recenti che hanno visto l’avvicendamento del parroco e del collaboratore, emerge, per alcuni, un duplice volto della realtà che anima la nostra comunità: per un verso siamo di fronte ad un ambiente, come quello dell’oratorio, che è ricco di attività e di potenzialità, che deve essere promosso e sostenuto nel suo sviluppo come occasione di arricchimento e come risorsa; di contro, appare che nel momento in cui la comunità è chiamata a partecipare, molti sono disponibili a fare, a “mettere le mani in pasta”, ma pochi sono quelli che accompagnano la loro azione con i momenti di preghiera (rosario per gli ammalati, adorazione eucaristica, serate di preghiera in occasioni particolari). Nel momento in cui viene chiesto di “contemplare”, si nota una fatica a vivere nella fede e nel silenzio. Ciò pare essere paradossale: in una comunità in cui le occasioni sono tante e di diversi generi, siamo portati troppo spesso a dimenticare proprio quelle che sono le più importanti, che fondano realmente la comunità, che costituiscono il nucleo che ci tiene uniti in modo più forte e che sta alla base di tutto il nostro “fare”. Non è un caso che questo comportamento si vede nelle grandi e nelle piccole cose (non solo in occasione di un momento di preghiera ma, ad esempio, alla fine della Messa domenicale delle 10.30 a San Bartolomeo, dove non si riesce a mantenere un clima di silenzio e di raccoglimento che sia anche rispettoso della presenza di Cristo).

Certamente ciò significa che siamo in presenza di una ricchezza e di una complessità che hanno un valore positivo. Don Michele, intervenendo in proposito, ribadisce la positiva disponibilità di molti e spiega che alla base della partecipazione deve essere posto il valore dell’accoglienza e la necessità della comprensione reciproca fra le diverse realtà. La preghiera, il silenzio e la fede possono essere favoriti solo se ciascuno di noi comincia a partecipare a favorire questi momenti mettendosi a servizio e dedicando del tempo alla riflessione. Don Michele invita dunque tutti i consiglieri a chiedersi, prima di ciò che possiamo chiedere alla comunità, a metterci in discussione noi stessi e a domandarci: che cosa facciamo noi per agevolare, formare ed educare?

Altri interventi ribadiscono che il momento della preghiera ha senso solo se è vissuto in una prospettiva comunitaria aperta e universale e che una priorità è quella di vivere il momento di preghiera come un’esperienza forte per avere sete di camminare e di crescere come parrocchia.

Le famiglie dei bambini da battezzare o appena battezzate, ad esempio, come anche quelle dei bambini di fascia 0-6 anni, per cui in parrocchia ci sono poche occasioni di incontro, sono un punto importante su cui si deve lavorare per crescere nella fede i più piccoli ma anche i genitori (può essere l’occasione per “recuperare” gli adulti che si sono persi nel tempo).

L’iniziazione cristiana, che ormai è una realtà affermata nella nostra comunità, è molto positiva dal punto di vista del coinvolgimento di nuove persone che possano collaborare alle attività oratoriali e parrocchiali, per quanto ad essa si debbano dedicare molte energie e risorse soprattutto in termini di tempo. Per ciò che concerne la catechesi del percorso di iniziazione cristiana alcuni rilevano qualche difficoltà (soprattutto dei genitori) a partecipare alla domenica insieme. Molti sono gli adulti che hanno bisogno di essere ascoltati e che devono essere guidati ad un percorso di “recupero” della fede. Dobbiamo interrogarci quindi sulle proposte educative che mettiamo in campo. Quali risposte hanno in termini di partecipazione e stimolo per un cammino spirituale?

In questa direzione si inseriscono diversi interventi relativi ai problemi delle famiglie. La famiglia deve essere pensata come il primo nucleo in cui avviene la formazione cristiana di tutti i suoi membri. Nella nostra comunità le famiglie hanno bisogno di sentirsi parte della comunità in modo pieno e con uno sguardo che esca dalla dimensione dei piccoli gruppi finalizzati al raggiungimento di qualche scopo. Per questo motivo alcuni consiglieri chiedono il rilancio del Gruppo Famiglia, con l’idea di promuovere un vivere cristiano che sia per se stesso un’opportunità spirituale e pratica di comunione e condivisione.

Ciò vuol dire mettere in primo piano il matrimonio e il rapporto di coppia secondo il suo valore di “sacramento primordiale”, con l’idea che in esso si esprimono già tutte le potenzialità di una comunità e che successivamente offre un volto familiare alla parrocchia e un ambiente accogliente e organizzato sia per i più piccoli che per gli adulti. Generalizzando, viene detto quindi che solo le la nostra comunità è in grado di vivere con uno spirito di famiglia, allora saremo in grado di superare le divisioni in piccoli gruppi e sentiremo anche il bisogno di essere una comunità unita nel fare e nel pregare. In questo modo avremo più famiglie che partecipano alla Messa oltre che al catechismo.

Diversi consiglieri che sono anche catechisti notano che è necessario, all’interno dei percorsi educativi e formativi rivolti alle famiglie, in special modo per l’iniziazione cristiana, un occhio di riguardo per le difficoltà quotidiane. Stranieri, genitori soli, emarginati: tutti hanno bisogno di essere inseriti nella comunità, di sentirsi accolti. Molti riescono a gustare il piacere di far parte della comunità (ad esempio nelle domeniche insieme), ma pochi sono coloro che fanno di questa comunione spirituale una priorità reale. In questo senso, si consiglia ai catechisti e alle equipe, che sono le prime realtà che vengono a contatto con queste situazioni, di vivere la catechesi come una testimonianza personale della partecipazione alla comunità, con l’idea di dare un esempio che accompagni le famiglie in difficoltà.

In generale, emerge da più parti la volontà di coinvolgere le famiglie, di trovare occasioni di partecipazione sia per chi è già parte attiva della comunità sia per chi vuole avvicinarsi. La priorità, in questo caso, è essere in grado di offrire una formazione.

Emerge quindi una dimensione ulteriore che la comunità deve prendere a cuore: nelle nostre parrocchie sempre più persone hanno bisogno di parlare e di essere ascoltate. Tempi e realtà sociali in cui viviamo portano con sé la necessità di relazioni, di contatti, di testimonianze personali.

La comunicazione, che è uno dei modi della comunione, è un bisogno che viene percepito ad ogni età, è un impegno che ciascuno deve prendere nel proprio ambito di servizio e a cui si deve essere disposti a dedicare del tempo importante. Attività come l’accompagnamento degli anziani o delle famiglie in difficoltà sono un passo utile per far fronte alla solitudine e all’isolamento.

Avere rapporti personali è utile a conoscere situazioni di povertà materiale e spirituale: anziani, separati, coppie, ragazzi e persone di ogni età hanno sempre più bisogno di sentire che qualcuno gli è vicino. Nel gruppo 30-55 anni questa esigenza si è resa manifesta e anche accolta da parte di tutti, per cui si sono create amicizie e conoscenze importanti. Molti di coloro che partecipano scoprono un interesse e una meraviglia nel comprendere la ricchezza che la Parola di Dio offre alla vita e nel clima di amicizia si riesce anche a cambiare la vita delle persone offrendo occasioni di riflessione. Si tratta di un esempio particolare di come un bisogno di relazione possa essere corrisposto coniugando la formazione cristiana ad una risposta pratica e non solo teorica che mostra la bellezza delle radici su cui si fonda una vita cristiana.

Farsi vicini è un’esigenza: non c’è solo la solitudine dei soli, ma anche quella di famiglie che sono divise. Questa potrebbe essere l’occasione giusta per esercitare una missionarietà in una realtà interna alla comunità. Attività come il “Vangelo nelle case” e la consegna dei pacchi viveri e di beni di prima necessità deve essere occasione di carità volta ad aiutare ma anche a creare dei legami, poiché la povertà non è solo economica. Ammalati e disabili sono spesso lasciati soli (vanno accompagnati e aiutati) e avvicinarsi alla difficoltà è un’occasione personale per rafforzare la fede, il senso di comunità e di appartenenza. La Chiesa, che ricorda la via della croce di Cristo, deve accostarsi alle difficoltà con il dono di se stessa, proprio come Cristo ha donato se stesso avendo come fine non il dolore ma la vita. In questo senso la forza della nostra comunità deve divenire pratica concreta di aiuto.

Il bisogno dell’oratorio, più che per il “fare”, è quello di “educare”. Nelle prossime sedute il Consiglio prenderà in esame la presenza di un educatore laico come figura di riferimento per l’oratorio, in cui la formazione è permanente. La presenza educativa è fondamentale non solo nel tempo organizzato (catechesi e incontri), ma anche nel tempo libero. Ciò si rende necessario per poter convergere su un progetto educativo comune che giunga alle diverse realtà dell’oratorio.

L’oratorio deve essere il luogo in cui i giovani incontrano la vita, in cui fanno un’esperienza significativa che li lega alla comunità, in modo che i ragazzi di oggi siano in futuro una presenza per la comunità. Non devono mancare occasioni di preghiera e di servizio. Detto ciò, queste cose sono già presenti nelle attività dell’oratorio e la difficoltà reale è quella di riuscire a trasmettere un vero senso di appartenenza alla comunità ai ragazzi.

Lo spazio dell’oratorio deve essere quello del ritrovo e della formazione; i diversi ambiti devono essere legati fra loro (viene messo in discussione l’atteggiamento della società sportiva Libertas San Bartolomeo, le cui problematiche sono già oggetto per la Commissione Oratorio). Per conseguire un obbiettivo educativo è necessario evitare la frammentazione in piccoli gruppi, per vivere con maggiore impegno una dimensione di chiesa e di comunità universale, che non coincide né con le singole realtà né con il servizio. La vera dimensione è quella della condivisione e del confronto (che in alcuni casi sono carenti). L’oratorio, luogo di partecipazione, deve essere la prima realtà in cui viviamo come una famiglia, un luogo a cui vogliamo bene come a qualcosa che ci appartiene. In questa direzione vanno i buoni rapporti che sono nati fra i giovani e i migranti e le attività che ne sono scaturite con risultati positivi in ambito umano e relazionale (potrebbe essere questa la direzione da intraprendere anche da una ristrutturazione della Commissione Migranti, a fronte di una presenza importante degli stranieri).

Alcuni consiglieri, infine, si soffermano sulla struttura della comunità pastorale e sulle differenze tra San Rocco e San Bartolomeo. A circa dieci anni dalla fusione delle due parrocchie in un’unica comunità, è stato fatto un lungo percorso di integrazione tra le diverse realtà territoriali e parrocchiali, per cui possiamo dire di essere giunti ad un punto in cui quasi tutte le attività di carità, tutte le attività di formazione ed educazione e le occasioni di incontro conviviale sono condivise. La maggior parte dei parrocchiani riconoscono di far parte di una comunità che va al di là della divisione parrocchiale, anche se nel tempo ci sono state diverse occasioni di confronto per poter accettare la situazione da entrambe le parti.

Oggi, camminando come una comunità unica e unita, queste differenze sono state appianate. Essere in comunione, comunque, non vuole dire essere uguali: ciascuno mantiene le proprie differenze specifiche che sono anche un’importante occasione di arricchimento reciproco (se queste differenze sono condivise). Qualche difficoltà si rileva nelle celebrazioni liturgiche: posto che tutte le celebrazioni hanno pari importanza e pari dignità e che si deve partire da quanto emerso dall’Assemblea parrocchiale dello scorso anno, alcuni consiglieri mettono in luce una certa “povertà” delle celebrazioni di San Rocco, dove c’è poca partecipazione, ad esempio alla messa domenicale. I bambini sono chiamati a convergere su San Bartolomeo, spesso si fatica a trovare chi svolga un servizio (non ci sono chierichetti, non c’è un coro, ci sono pochi lettori). Con ciò non si vuol dire che la qualità della celebrazione è minore e ad alcuni non sembra nemmeno giusto chiedere a chi è abituato a frequentare una celebrazione di spostarsi (c’è chi si sente “a casa” a San Rocco e chi a San Bartolomeo).

Don Gianluigi riferisce infine della sua accoglienza e delle prime impressioni che ha avuto in questi mesi, spiegando che sinora ha avuto un’esperienza assai positiva per le molte attività che si svolgono nella comunità, per le tante occasioni di incontro. Non mancano le difficoltà che però tengono aperte molte prospettive e sono occasione di miglioramento.

A tal proposito, ci tiene a ricordare anche che attualmente desidera conoscere profondamente le diverse attività, i diversi gruppi e i singoli membri delle parrocchie di San Rocco e di San Bartolomeo. Pertanto, poiché il primo compito di un parroco deve essere quello di vivere in comunione con la propria comunità, il tema dell’assemblea parrocchiale che si terrà prossimamente sarà proprio quello della conoscenza nella comunione; tutti saranno invitati a partecipare, con una particolare attenzione per coloro che svolgono ogni tipo di servizio in qualche gruppo o singolarmente, in modo che tutti si sentano personalmente chiamati  a partecipare e che si crei un’occasione di coinvolgimento e di scambio.

Il consiglio approva le date delle prossime sedute che saranno giovedì 15 marzo, giovedì 26 aprile e giovedì 7 giugno. Prossimamente si riunirà il Consiglio Affari Economici per discutere dei lavori in oratorio, che ormai sono stati ultimati e che necessitano ancora un sostegno economico da parte di tutti.

Per quanto riguarda le prossime attività che si svolgeranno in parrocchia, viene confermata la Via Crucis del venerdì pomeriggio durante la quaresima, a seguire i Quaresimali che saranno tenuti da don Giampaolo Romano. Durante i venerdì di Quaresima, alle 6.30 del mattino, è previsto un momento di adorazione della croce rivolto in particolare agli adulti (sul modello della Novena di Natale).

Le benedizioni delle case inizieranno con il mese di marzo.

Tra gli altri avvisi, don Gianluigi ricorda che il Vicariato di Como Centro ha organizzato per il giorno 2 marzo alle ore 21 in San Fedele un incontro di arte e di elevazione spirituale che ha per tema le opere di Caravaggio.

Infine, don Gianluigi comunica che gli è stato chiesto dal vescovo mons. Oscar Cantoni, di assumere il ruolo di Vicario foraneo per il Vicariato di Como Centro (la città di Como, Camnago Volta e Brunate), don Gianluigi ha accettato e sarà coadiuvato da mons. Flavio Feroldi (per ciò che concerne le proposte e i rapporti con la Cattedrale) e da don Andrea Messaggi (che si occuperà degli aspetti della pastorale).

La seduta si chiude alle 23.30, senza aver terminato i punti all’ordine del giorno, che vengono rimandati a successive convocazioni del Consiglio.