Quaresimale VI

Quaresimale 2017 – venerdì 7 aprile

Don Nicholas Negrini

Dalla Quaresima alla Pasqua:
celebrare la Settimana Santa come “traguardo” del cammino della Quaresima

I cinquanta giorni dell’Alleluia! Il giorno di Pasqua e il Tempo Pasquale

La settimana scorsa ci siamo concentrati sulla celebrazione della grande Veglia pasquale, questa sera partiamo dalla celebrazione della Messa del giorno di Pasqua e successivamente dei giorni del Tempo di Pasqua.

“Si celebri la Messa del giorno di Pasqua con grande solennità” (Paschalis sollemnitatis, n. 97), dice la Chiesa.
Da che cosa viene data questa solennità? Non certo da quanto di esterno possiamo aggiungere, ma dalla gioia, ancora una volta, di richiamare il nostro Battesimo. Volendo richiamare gli impegni battesimali per chi non era presente alla Veglia, dopo l’omelia si compie la professione di fede battesimale seguita dal gesto dell’aspersione, gesto che richiama la divinità della nostra vita cristiana sotto il segno dell’acqua che ci ha portato la salvezza. Si può dire che è il nostro mar Rosso: come gli Ebrei hanno attraversato il Mar Rosso per essere salvi, noi abbiamo attraversato le acque del Battesimo.
E sempre per la celebrazione del giorno di Pasqua è prevista la conclusione della Messa con l’antifona cantata Regina coeli (Regina del cielo), da cantare con gioia da parte di tutta l’assemblea, che dice il nostro voler far festa con Maria.
Nella liturgia del giorno di Pasqua troviamo anche la Sequenza, un ampliamento dell’Alleluia, perché il mistero che si celebra è così grande che un versetto solo non basta. E’ un testo antico, scritto probabilmente intorno all’anno 1000, di lode alla Vittima pasquale, Gesù. È un dialogo tra la comunità è Maria Maddalena, che ci testimonia il suo incontro con il Signore facendo riferimento al Vangelo. È un invito alla professione di fede: Cristo, risorto, è vivo oggi, ed è la condizione decisiva perché la nostra fede possa dirsi cristiana; se noi guardiamo al Signore solo come a un grande uomo, ma che ha vissuto nel passato e che ha finito di vivere, non siamo cristiani, siamo degli ammiratori di Gesù. Per essere cristiani abbiamo bisogno di credere e di sperimentare come sia vivo oggi, e che quindi è possibile, tra me e lui, tra noi e lui, una relazione da vivo a vivo, e questa Sequenza ce lo ricorda in modo molto chiaro.

Alla vittima pasquale, s’innalzi oggi il sacrificio di lode.
L’agnello ha redento il suo gregge,
l’Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre.
Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa.
«Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?».
«La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto,
e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto; e vi precede in Galilea».
Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto.
Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza.

Come sta la nostra fede? Credo che il Signore è vivo oggi e che è possibile una relazione con lui da vivo?

Ancora: tra gli elementi della Pasqua troviamo senz’altro l’Alleluia, che abbiamo iniziato a cantare durante la Veglia, e che torna a risuonare nel giorno di Pasqua. Questo Alleluia deve essere cantato fino allo sfinimento, sia nel giorno di Pasqua che nel Tempo Pasquale. È un modo per ricordarci il centro della nostra fede ancora una volta e di cantare lode al Signore: ‘alleluia’ vuol proprio dire ‘lodate il Signore’.

Per chiudere il giorno della Pasqua, la Chiesa propone la celebrazione dei Vespri battesimali. Sono una preghiera fatta attraverso i salmi, che ci ricorda che il centro della nostra vita di fede, il momento più importante, che non è solo passato ma continua ad attuarsi, è il nostro Battesimo.

Dal giorno di Pasqua si apre il Tempo di Pasqua, che dura 50 giorni (più quindi della Quaresima, perché la Pasqua è più importante della Quaresima!). Si tratta di un numero non casuale: 7 per 7 più 1.
Sette è il numero della pienezza, sono i giorni della creazione, ma una pienezza non ancora compiuta: ecco perché dobbiamo aggiungere un giorno, per arrivare all’ottavo giorno, quello del Signore risorto, della nuova creazione. Ancora: sette per sette diventa una settimana di settimane, che è da vedersi come un unico giorno della Pasqua. Nella Chiesa degli inizi questi cinquanta giorni non erano così strutturati come li abbiamo oggi, e venivano vissuti tutti come Pasqua: per cinquanta giorni era Pasqua, un’unica grande giornata.

In questo unico grande giorno abbiamo alcuni segni, alcuni linguaggi non verbali, che ci accompagnano e nutrono la fede: un primo segno è il cero pasquale. Ci ha condotti nella Veglia, come la colonna di fuoco conduceva Israele nel deserto, ci accompagna ora collocato vicino all’ambone o vicino all’altare, è acceso in tutte le celebrazioni, come segno di Cristo risorto e vivo, presente oggi nella sua Chiesa. Non dimentichiamo che nella Veglia pasquale, nel Preconio abbiamo pregato così:

Riconosciamo nella colonna dell’Esodo
gli antichi presagi di questo lume pasquale
che un fuoco ardente ha acceso in onore di Dio.
Pur diviso in tante fiammelle non estingue il suo vivo splendore,
ma si accresce nel consumarsi della cera
che l’ape madre ha prodotto
per alimentare questa preziosa lampada
Ti preghiamo, dunque, Signore, che questo cero,
offerto in onore del tuo nome
per illuminare l’oscurità di questa notte,
risplenda di luce che mai si spegne.

Salga a te come profumo soave,
si confonda con le stelle del cielo.
Lo trovi acceso la stella del mattino,
questa stella che non conosce tramonto:
Cristo, tuo Figlio, che risuscitato dai morti
fa risplendere sugli uomini la sua luce serena.

Un secondo segno è l’Evangeliario, il grande Libro dei Vangeli: non solo un libro, ma segno di una presenza. Le altre letture vengono proclamate, il Vangelo viene vissuto, anche ritualmente. Al centro della liturgia della Parola (e quando si proclama il Vangelo siamo tutti in piedi), viene onorato con le candele e l’incenso, ma è già onorato sin dall’inizio della celebrazione, quando nel rito d’ingresso appare l’Evangeliario che può accompagnare la processione di colui che presiede e dei ministri. L’apparire dell’Evangeliario è già predicazione della lieta notizia di Gesù risorto. Una volta un bambino, invitato a catechismo a disegnare che cosa l’avesse colpito di più nella celebrazione eucaristica, disegnò la processione d’ingresso con questo libro enorme, dicendo: “Non mi ricordo che cosa abbiamo letto nel Vangelo, ma doveva sicuramente essere qualcosa di molto importante per essere in un libro così grande!”.
Il segno allora ci ricorda la qualità, l’importanza e che, soprattutto, quella Parola è viva e operante.

Terzo segno: l’ambone, cioè il luogo da cui si proclamano le letture, la Parola di Dio. Ogni ambone è simbolo del sepolcro, perché da qui la Parola torna a dirsi, a proclamarsi. È simbolo della pietra del sepolcro, da cui l’angelo dà l’annuncio che Cristo è risorto. Negli amboni delle chiese più antiche spesso l’ambone, fatto totalmente in pietra, ha due caratteristiche: ha un’aquila come leggio e dei leoni che lo sostengono. L’aquila è simbolo dell’evangelista Giovanni, testimone del sepolcro vuoto, e quindi della Resurrezione, e i leoni che sostengono fanno riferimento al leone vittorioso della tribù di Giuda, di cui si parla anche nel libro dell’Apocalisse, quando Giovanni piange perché nessuno è in grado di aprire quel rotolo che il Signore gli porge e la voce che lo guida gli dice: “Giovanni, non piangere. Ha vinto il leone della tribù di Giuda, lui è degno di aprire i sigilli”. Il riferimento è a Gesù. L’ambone nel Tempo di Pasqua può essere ornato con piante vive, per ricordarci il giardino della Resurrezione, in cui Cristo è stato deposto.

Ancora: nel Tempo di Pasqua noi ricordiamo tutti coloro che hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana. La Chiesa nella Pasqua genera i suoi figli, è una madre feconda, che genera alla vita eterna. Ed è buona cosa che in tutte le comunità del mondo vengano ricordati tutti gli adulti che hanno celebrato i sacramenti dell’iniziazione o il Battesimo. Nelle preghiere eucaristiche, nell’Ottava di Pasqua, c’è proprio una preghiera specifica per questo.

Cinquanta giorni celebrati tutti come se fossero la Pasqua. Tertulliano scriveva così a proposito del Tempo di Pasqua: “E’ il lietissimo spazio nel quale si è manifestata ai discepoli la Resurrezione del Signore, si è rivelata la grazia dello Spirito Santo, e si manifesta la speranza della venuta del Signore”.
Un invito, quindi, a celebrare con gioia questo ‘lietissimo spazio’ della Resurrezione, nella preghiera allo Spirito Santo nell’attesa dell’incontro con il Signore. È il tempo in cui la vita della Chiesa raggiunge il suo massimo grado: non corriamo il rischio di cercare di vivere al massimo la Quaresima nello sforzo della conversione, e dimenticarci poi del Tempo di Pasqua, che è invece il tempo più alto, dove si vive secondo quello in cui siamo riusciti a convertirci e secondo quello che possiamo fare.

Dalla liturgia di questo Tempo di Pasqua prendiamo alcuni spunti per il nostro cammino di fede.
Le domeniche di questo Tempo sono strutturate in maniera simile nei tre anni A, B, C: nelle prime tre domeniche si proclamano le apparizioni di Cristo risorto, che appare ai discepoli ogni otto giorni, dando così il ritmo anche della Pasqua settimanale, la quarta domenica è quella del Buon Pastore, in cui Cristo viene presentato in questo modo, e che è dedicata in modo speciale alla preghiera per le vocazioni, poi nella quinta, sesta e settima domenica di Pasqua si leggono stralci del discorso del Signore dopo l’Ultima Cena, presi dal vangelo di Giovanni. La prima lettura è tratta dagli Atti degli Apostoli, e la seconda lettura nell’anno A (quest’anno) dalla Prima lettera di Pietro, ancora una volta una catechesi battesimale. Nell’anno B si legge dalla lettera di Giovanni e nell’anno C dall’Apocalisse. Nei giorni feriali invece si continuano a leggere gli Atti degli Apostoli, con la vita della Chiesa dopo la Resurrezione e il vangelo di Giovanni, soprattutto i brani pasquali.
La domenica dell’Ascensione conserva come prima lettura il racconto dell’Ascensione secondo gli Atti degli Apostoli, e per la Pentecoste la narrazione della discesa dello Spirito Santo.
Ancora una volta siamo invitati a incontrare Cristo, che ha dato un ritmo alla sua Chiesa di otto giorni, quindi il Tempo di Pasqua è un’occasione opportuna per scoprire la Pasqua settimanale da celebrare lungo tutto l’anno.
Ma anche la preghiera dei Prefazi ci fa vedere come la Pasqua di Cristo e la vita della Chiesa sono tra loro collegate. Ad esempio il Prefazio di Pasqua II dice così:
Per mezzo di Cristo rinascono a vita nuova i figli della luce, e si aprono ai credenti le porte del regno dei cieli. In lui morto è redenta la nostra morte, in lui risorto tutta la vita risorge.

Potremmo dire in sintesi che le domeniche di Pasqua hanno come obiettivo questo: riattivare la nostra fede in Cristo risorto e vivo, e farci comprendere e vivere i sacramenti dell’iniziazione.
Un’ultima parola su Ascensione e Pentecoste.
L’Ascensione si celebra quaranta giorni dopo Pasqua, spostata alla domenica successiva. Le preghiere dii questa Messa sottolineano che l’ascensione di Gesù al cielo non riguarda solo lui: in lui infatti è la nostra umanità che è stata innalzata accanto a Dio; contempliamo Gesù come colui che ci ha preceduto nella dimora eterna, per darci la fiducia che dove è lui un giorno saremo anche noi: la speranza, quindi, dell’incontro definitivo con il Signore e della vita in lui.

La Pentecoste, il cinquantesimo giorno, conclude con la pienezza il Tempo di Pasqua: non è soltanto una festa dello Spirito Santo. Si ricorda, certo, la discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa primitiva, si invoca la discesa dello Spirito Santo su di noi, ma potremmo definirla, con le parole di S. Giovanni Crisostomo, la “metropoli delle feste”, cioè dove tutte le feste trovano il significato.
“Oggi abbiamo raggiunto il culmine, siamo giunti alla metropoli delle feste; abbiamo ottenuto il frutto della promessa del Signore “Quando me ne sarò andato vi manderò un altro consolatore, non vi lascerò orfani”. In questi giorni il Signore è asceso al cielo, ha preso possesso del trono regale, si è seduto alla destra del Padre, e oggi elargisce il dono dello Spirito Santo per mezzo del quale ci invia dal cielo beni infiniti. Quali dei beni infatti che costituiscono la nostra salvezza non ci è stato elargito per mezzo dello Spirito Santo?”.

In conclusione possiamo dire che questi cinquanta giorni sono il tempo per renderci conto della nostra dignità di figli, e per prendere sempre più consapevolezza, non solo intellettuale ma anche esperienziale, dei sacramenti che abbiamo ricevuto.
L’acquisizione più importante del Tempo di Pasqua è la Pasqua settimanale, il ritmo che Gesù ha dato ai suoi discepoli, di otto giorni. Senza questa Pasqua non ha senso neanche celebrare la Pasqua annuale, senza questa Pasqua la Chiesa non potrebbe vivere.
E allora di fronte a tutto quantoabbiamo detto in questi venerdì, potremmo richiamare alla mente l’episodio della donna che ha versato sul capo di Gesù un profumo molto prezioso, per trecento denari, e a questo gesto alcuni reagirono chiedendo: “Perché questo spreco?”. La preparazione del Triduo pasquale e del Tempo pasquale comporta un grande investimento di energie, allora potremmo farci la stessa domanda: “Perché questo spreco? Non è una richiesta eccessiva?”.
E’ proprio nel Triduo pasquale che la Chiesa si lascia plasmare dalla forza della Pasqua diventando in Cristo come sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (Lumen Gentium, 1).
Solo nel Triduo pasquale la Chiesa è abilitata a consegnare al mondo l’unica e ultima speranza, la risurrezione dei morti. Perché nulla di meno, nulla di meglio, nulla di altro ha da dire e dare al mondo la Chiesa di Gesù, che siamo noi.

(da registrazione – non corretta dal relatore)

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