Quaresimale V

Quaresimale 2017 – venerdì 31 marzo

Don Nicholas Negrini

Dalla Quaresima alla Pasqua:
celebrare la Settimana Santa come “traguardo” del cammino della Quaresima

 La notte più luminosa del giorno: la Veglia Pasquale nella Notte Santa

In questo cammino che si sta compiendo verso la Pasqua state meditando sul Triduo, sul modo di celebrarlo, che è anche espressione di fede di un popolo e quindi anche educazione alla nostra fede.

Siamo oggi al momento della Veglia Pasquale, quindi si entra già un po’ nel clima della festa. E per arrivare a parlare di questo sono necessari due passi.
Il primo passo riguarda la struttura del Triduo, che avete già avuto modo di conoscere, così come avete già affrontato l’obiezione che il Triduo invece che di tre giorni, ne conta quattro, dal giovedì alla domenica. Dobbiamo ricordare che noi contiamo, come gli Ebrei, dalla sera di giovedì alla sera della domenica, quindi tre giorni in totale.
Così ci accorgiamo che, se passiamo dalla liturgia della Passione direttamente alla Veglia, saltiamo un giorno del Triduo, il Sabato Santo. Il Sabato Santo è un giorno che la Chiesa dedica alla contemplazione e al silenzio, ed è un giorno in cui si fa memoria di quello che ogni domenica recitiamo nel Credo: “Gesù discese agli inferi”. È un passaggio importante per poi celebrare la Pasqua in pienezza, perché la discesa di Cristo agli inferi, che nella iconografia orientale è rappresentata spesso, è uno dei misteri della nostra fede che forse rischiamo di dimenticare, e cioè che la salvezza non è solo per noi, che siamo venuti dopo, ma è per tutti, anche per chi l’ha preceduto, anche per Adamo ed Eva, per chi già era in quel luogo lontano nel momento in cui Gesù si è incarnato. Questo mistero viene rappresentato bene nelle icone orientali, come quella ad esempio in cui Cristo sta davanti ad una mandorla nera, segno degli inferi, e sotto i suoi piedi ha le porte degli inferi, a forma di croce, che lui appunto con la croce ha sfondato e aperto, e tiene per mano due personaggi: a volte troviamo Adamo ed Eva, a volte un uomo e una donna, a volte i profeti o i patriarchi. Questo dice dell’universalità della salvezza.
Vivere il Sabato Santo in questo modo, anche nel silenzio, ci aiuta poi a vivere bene la Veglia di Pasqua.

Un secondo passo: ci viene incontro il cammino quaresimale di quest’anno liturgico (anno ‘A’) in cui la Chiesa nelle domeniche ci ha proposto brani evangelici significativi per il loro carattere battesimale: le Tentazioni, la Trasfigurazione, la Samaritana, il cieco nato, la risurrezione di Lazzaro. In queste cinque domeniche Gesù ci viene presentato come un uomo che viene tentato, che ha fede e in cui si può avere fede (‘ascoltatelo’), poi come l’acqua, la luce, la vita. Questi cinque modi di incontrare Gesù, queste cinque verità su Gesù, corrispondono alle cinque parti della Veglia di Pasqua: abbiamo infatti, anche se non nello stesso ordine, la liturgia della luce, che apre la Veglia, la liturgia dell’acqua (con la memoria del Battesimo o, in alcune occasioni, anche la celebrazione del Battesimo), la memoria delle promesse battesimali e la rinuncia alle tentazioni, l’affermazione del credere in Dio e nello Spirito (la Trasfigurazione) e quindi la liturgia della vita, quella eucaristica che celebriamo ad ogni Messa: Gesù che dà la vita.

Entriamo nello specifico: la celebrazione della Veglia di Pasqua è una delle celebrazioni più antiche. I cristiani, dopo aver iniziato nei primi secoli a celebrare la Pasqua settimanale, cioè ogni otto giorni, secondo il ritmo che era stato dato loro da Gesù risorto, sentono l’esigenza, una volta all’anno, di rivivere con un’ampiezza maggiore la Passione e la Risurrezione di Gesù, nella certezza (e questo è molto importante) che non si tratta solo di ricordare, di fare una memoria, ma di incontrare Gesù, vivo oggi, attraverso la celebrazione. Noi celebriamo la Pasqua non perché così non ci dimentichiamo di quello che è successo, ma perché così oggi incontriamo Gesù vivo. Così è stata inserita questa Veglia nella notte. S. Agostino la definisce “la madre di tutte le veglie”, perché questa è la più importante, quella a cui dedicare più attenzione e più tempo.
La celebrazione avviene di notte, strettamente parlando:
“L’intera celebrazione della Veglia Pasquale si svolge di notte; essa quindi deve o cominciare dopo l’inizio della notte o terminare prima dell’alba della domenica». Tale regola è di stretta interpretazione” (“Preparazione e celebrazione delle feste pasquali” n. 78).
Questo proprio perché è nel momento in cui tutto sembra nel più completo abbandono, la notte, in cui la luce sembra lontana, che la luce che è Cristo risplende nelle tenebre. E anche dal punto di vista del simbolo è importante che quando celebriamo sia buio, che non ci sia più la luce del sole, perché così il simbolo può essere significativo.
La Veglia Pasquale è anche una memoria dell’Antico Testamento: si ricorda che gli Ebrei attesero di notte il passaggio del Signore che li liberasse dalla schiavitù dell’Egitto (lo si legge nella prima lettura della Veglia). E in continuità con questa fiducia accordata dagli Ebrei a Dio, i cristiani celebrano di notte la liberazione dalla schiavitù del peccato, avvenuta attraverso la Passione, la morte e la risurrezione di Cristo.

In questa struttura possiamo sintetizzare quattro parti.
La Veglia inizia con il Lucernario, un inizio al buio. Oggi noi fatichiamo a vivere l’esperienza del buio. Il buio totale, senza la possibilità di luce artificiale, può fare impressione; per un uomo del passato, essere al buio significava aver paura, non capire, non vedere, non poter far nulla. E allora avere una luce che ci guida significa vincere questa paura e questa fatica. Ecco perché il fuoco deve essere un vero fuoco, e da quel fuoco, simbolo di Cristo che vince le tenebre, si attinge la luce per il Cero Pasquale. Quel cero è simbolo di Cristo, sia perché richiama la luce, sia perché rimanda alla colonna di fuoco che guidava Israele nel deserto, ed è comunque frutto del creato. Il cero deve essere di cera vera, fatta dal lavoro delle api, che è frutto di un dono di Dio, ma lavorato attraverso la creazione e che l’uomo rioffre a Dio perché possa essere simbolo di Dio in mezzo agli uomini. In questo scambio, che avviene sempre nella celebrazione, e lo si vede in particolare durante l’Offertorio nella Messa, dove noi offriamo a Dio il pane e il vino, doni che lui stesso ci ha dato, che noi abbiamo lavorato e ripresentiamo a Lui, ci vengono restituiti di nuovo trasformati in Lui, Corpo e Sangue. Così avviene sempre nella logica della celebrazione: Dio dona il creato, noi ripresentiamo a Lui e Lui si ridona a noi. Non trattiene nulla per sé.

Si entra in chiesa dietro il Cero Pasquale, solo dietro al cero, perché sia vero il segno del seguire l’unica Luce. Pian piano questa luce si espande, con le candele che le persone hanno in mano e poi con l’accensione delle luci artificiali, anche se ancora non siamo al massimo dell’esplosione della luce. Infatti avviene qui un momento importante, molto lungo ma molto bello. Si tratta di un inno antichissimo, il Preconio, che viene cantato, e che raccoglie tutta la storia della salvezza leggendola attraverso la Risurrezione di Gesù: ci fa vedere come tutto è stato preparato perché Gesù si incarnasse, patisse, morisse e risorgesse e come dalla sua Risurrezione sia venuta a noi la Grazia e la salvezza. È un testo così bello e prezioso che nell’antichità venivano preparati dei rotoli di pergamena su cui si scriveva il testo da cantare, e contemporaneamente dei disegni, così che la gente potesse comprendere quello che veniva cantato. I disegni infatti erano fatti a testa in giù, così che, man mano che dal leggio si srotolava il rotolo, dal davanti si potevano vedere i disegni nel senso giusto. Si cantava quello che era rappresentato. Ad Avezzano è conservato uno tra i più belli e preziosi di questi rotoli che contengono il Preconio Pasquale, l’Exultet.
Questa è la prima parte: Gesù luce, che noi siamo invitati a seguire. Potremmo allora chiederci: quali sono le mie tenebre? da quali chiedo al Signore di essere liberato per questa Pasqua?

La seconda parte è la liturgia della Parola, molto più ampia del solito. Sono sette letture, con i loro salmi e le loro orazioni (e siamo invitati a leggerne il numero maggiore possibile, comunque non meno di tre), che ci raccontano tutta la storia della salvezza, a partire dalla Creazione, fino all’Esodo, al passaggio del Mar Rosso, passando attraverso le parole dei profeti che invitano alla conversione, o alla salvezza che viene dall’acqua. Si deve dare possibilità di partecipare a tutti, ad esempio cantando il ritornello dei salmi, come il Cantico del Mar Rosso, che segue la lettura in cui si narra del passaggio del Mar Rosso.
Terminate le letture dall’Antico Testamento si canta il Gloria e si suonano le campane, si accendono tutte le luci che mancano: siamo quasi arrivati al culmine e iniziamo a smettere un po’ il digiuno. Infatti in Quaresima si fa il digiuno del cibo, ma anche di tutti gli altri sensi: delle orecchie, non cantando Gloria e Alleluia, degli occhi, con le croci che vengono velate, le immagini che vengono ridotte, i fiori che vengono tolti. Iniziamo a finire il digiuno perché la Pasqua sta cominciando a realizzarsi. Si passa a questo punto alla lettura del Nuovo Testamento, con l’esortazione di S. Paolo sul mistero Pasquale di Cristo, e quindi finalmente si canta l’Alleluia, dopo 40 giorni di ‘digiuno’. Lì si deve sentire che siamo contenti, che crediamo veramente in questa acclamazione. Si annuncia il vangelo della Risurrezione, culmine di tutta la liturgia della Parola.
Questa seconda parte ci immerge con calma e ampiezza nella Parola, perché è solo stando nella Parola che possiamo vivere e incontrare il Cristo risorto che lì è presente. È nella Parola la condizione per incontrare il Risorto. Cristo è la Parola a cui dare fede, come ci chiede il Padre, e allora chiediamoci noi che rapporto abbiamo con questa Parola. Forse qualche pagina della Parola ci colpirà e lì potremo ritrovare linfa per la nostra vita di fede.

Terza parte: Cristo è l’acqua. È la cosiddetta liturgia battesimale, in cui si celebrano i sacramenti dell’Iniziazione cristiana, il Battesimo dei bambini o, per gli adulti, Battesimo, Confermazione e Eucaristia. Qui si celebra il fatto che Cristo è vivo, è presente e genera i suoi figli. E noi siamo invitati a rinnovare le promesse battesimali, così come siamo noi vogliamo seguire il Signore. Lui la sua fedeltà la garantisce, ci accompagna, ci fa ascoltare la sua Parola, ci dona la vita nuova, noi aderiamo liberamente alla sua fedeltà rinnovando le promesse. Tre ‘rinuncio’ e tre ‘credo’ per dire la nostra fede, così come è stato per S. Pietro, che per tre volte ha rinnegato e tre volte ha detto “Lo sai che ti amo”. Sarà anche per noi così, che tante volte rinneghiamo il Signore, ma che possiamo sempre tornare a dire il nostro ‘sì’. E qui possiamo chiederci cosa ne abbiamo fatto del nostro Battesimo. Uno strumento prezioso per fare questo è il sacramento della Riconciliazione: per Pasqua andiamo a confessarci, che è uno dei modi migliori per ritornare al nostro Battesimo, ed essere convinti e coerenti nel rinnovare le promesse battesimali.

Quarta e ultima parte: la celebrazione dell’Eucaristia. Evitiamo il rischio dell’abitudine, perché questa parte è importante tanto quanto le altre. Gesù è la vita. E’ Cristo che si ridà a noi nel segno del pane e del vino, perché possiamo avere la vita, perché lui possa prendere carne in noi e così continuare la sua incarnazione nel mondo, attraverso la Chiesa. Perché questo avvenga si può anche scegliere di vivere il momento della Comunione sotto la specie del pane e del vino, per esprimere la pienezza del segno.

Quattro parti, quattro modi per dire che il Signore è presente oggi: la Veglia Pasquale, più che parlarne, è da vivere. Grazie a Dio la possiamo celebrare per ricordarci tutto questo, perché che cosa sarebbe la nostra vita senza luce, senza acqua, senza cibo, senza che qualcuno ci rivolgesse la parola, e, soprattutto, senza la possibilità di andare oltre la morte?

(da registrazione – non corretta dal relatore)

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