Quaresimale IV

Quaresimale 2017 – venerdì 24 marzo

Don Simone Piani

Dalla Quaresima alla Pasqua:
celebrare la Settimana Santa come “traguardo” del cammino della Quaresima

Il Venerdì Santo

La croce di Gesù Cristo ci fa problema. Ci fa problema quell’uomo inchiodato a quel legno, ci fa problema l’affermazione che abbiamo condiviso due settimane fa, quando dicevamo che il Venerdì santo è già Pasqua.
Noi saremmo portati a pensare che, in fondo, il Giovedì santo è uno scotto da pagare per arrivare a Pasqua. Saremmo portati a pensare che in fondo quel crocifisso non può essere veramente Dio: si sarà nascosto Dio nei segni della croce…

Questa sera percorriamo il percorso che la Chiesa, ogni anno, il Venerdì santo ci fa compiere attraverso l’Azione liturgica, attraverso la celebrazione della Passione, della Croce di Gesù.
Facciamo quindi già una scelta: non ci occupiamo dei tanti esercizi di pietà (Via crucis, Memoria della Madre dei dolori, processioni penitenziali…) che sono nati dalla contemplazione della Croce. Ci concentriamo invece su un aspetto che spesso rischia di passare in secondo piano: attorno alle tre del pomeriggio, o comunque in orario consono, la Chiesa ci fa vivere un’Azione liturgica durante la quale fare memoria della Passione di Gesù. Già questo è un segnale importante: il momento più alto della liturgia del Venerdì santo, più importante delle processioni e delle Vie crucis, è un momento in cui incontriamo il Signore attraverso i segni sobri della liturgia. Non è un film truce quello che la Chiesa ci fa vivere il Venerdì santo: è una azione rituale in cui attraverso parole e gesti il magistero della Chiesa ci prende per mano e ci fa contemplare la croce di Gesù.

Vediamo quindi quali sono questi gesti.
Innanzitutto la Chiesa il Venerdì e il Sabato santo si astiene dalla celebrazione dell’Eucarestia: non c’è la Messa. La si celebra il Giovedì santo e poi si continua con un’azione liturgica continuata. Noterete che fino al sabato nella Veglia pasquale non c’è l’invito “andate in pace”, perché si tratta di un’unica grande celebrazione. La Chiesa digiuna dalla celebrazione dell’Eucarestia. Nei primi secoli i fedeli addirittura si astenevano dal fare la comunione, possibilità che poi è stata aggiunta in seguito, perché non c’era la celebrazione dell’Eucarestia.
Mi permetto di dire che siamo ‘abituati’ alla Messa, e quante volte celebriamo l’Eucarestia! Quindi è un digiuno salutare quello che la Chiesa una volta all’anno ci fa fare. Ci asteniamo dalla cosa più importante che hanno i cristiani: il celebrare l’Eucarestia. Non che l’Azione liturgica sia una preghiera ‘di serie B’, ma questo ci educa a dire che ci sono tanti modi di pregare. L’Eucarestia è il massimo, ma ci sono altri modi differenti. E’ un digiuno per poi celebrare meglio la Veglia pasquale: nel giorno in cui lo Sposo ci è tolto, ci asteniamo e digiuniamo dall’Eucarestia perché poi possiamo celebrare meglio la Notte di Pasqua, per avere più voglia di venire alla Veglia pasquale. E’ una pedagogia sana.

La celebrazione del Venerdì santo inizia con un primo grande gesto: c’è una processione silenziosa del sacerdote che presiede, con gli altri sacerdoti e i ministri, la chiesa è nella penombra, e chi presiede compie il gesto di mettersi prono a terra. Una volta all’anno la Chiesa fa vivere a noi preti questo gesto che è tipico dei riti di ordinazione, della professione religiosa, della consacrazione abbaziale, dell’ordinazione dei vescovi. Mettersi proni con la faccia a terra, a contatto con la terra, indica che rispetto a Dio stiamo tutti sotto, che in quel giorno si sta compiendo veramente un mistero di salvezza e l’uomo si abbassa per riconoscere che Dio si è abbassato nella morte. Io non ricordo che cosa il mio parroco diceva nell’omelia del Venerdì santo, ma ho chiara la memoria di quel gesto che faceva di mettersi a terra, che permetteva a tutti noi di entrare in quel mistero, perché così fa la Chiesa: non fa grandi discorsi, non spreca parole quando celebra i suoi riti, ma ci prende per mano attraverso le azioni.

Questo gesto è accompagnato dal grande silenzio, che dice la grandezza di quello che stiamo per compiere, che ci prepara all’ascolto della Parola di Dio. Infatti dopo questa introduzione il grande momento che contraddistingue il Venerdì santo è l’ascolto della Parola, attraverso una dinamica che ritroviamo tante altre volte quando ascoltiamo la Parola di Dio: Dio parla, l’uomo risponde, Gesù è la pienezza della Parola, è la pienezza della salvezza che i profeti ci hanno annunciato e noi siamo dentro in questo mistero grande di salvezza e di amore. Ecco perché il Venerdì santo ascoltiamo un brano del Canto del servo sofferente in cui il profeta Isaia annuncia che quell’uomo schiaffeggiato, maltrattato, insultato, che quella pietra che i costruttori avevano lasciato da parte Dio l’ha utilizzata per la sua costruzione di salvezza, e tutto quello che i profeti avevano annunciato è riassunto pienamente nella Passione di Gesù Cristo.
Ecco perché ogni anno ascoltiamo la Passione secondo l’evangelista Giovanni, che parla dell’ora in cui Dio, attraverso la morte del Figlio, compie pienamente la salvezza, in cui Dio ci inserisce in questa nuova ed eterna alleanza nel sangue del Figlio.
Ogni anno con l’ascolto di questa Parola seguiamo Gesù passo passo, dall’uscire dal Cenacolo verso il monte degli Ulivi, al suo essere consegnato, processato, schernito, crocifisso, ucciso, sepolto. Così noi non siamo spettatori, ma siamo anche noi ripresentati alla Croce di Gesù Cristo.

Poi segue la grande Preghiera universale, con dieci intenzioni che vengono rivolte a Dio.
E’ un’abbondanza di preghiera voluta: nel giorno in cui Cristo Gesù muore per tutti, nessuno escluso, nessuno può essere escluso dalla preghiera della Chiesa. Ed è una preghiera che si allarga: per la Chiesa, il Papa e i vescovi, per chi si prepara al Battesimo, per i governanti, per le necessità del mondo, poi per chi non crede in Dio e anche per tutte le necessità, anche per quelle che ci sembrano le più banali, come per chi viaggia. Quel giorno preghiamo per tutti.
E’ una scuola di preghiera, sia per il numero delle intenzioni che per il modo in cui questa preghiera è formulata: c’è un invito, poi uno spazio di silenzio, un’invocazione cantata (Kyrie eleison), una preghiera che chi presiede eleva al Padre a nome di tutti e poi il nostro ‘amen’, che è la ratifica di quella preghiera, come quando si mette la firma su un atto del notaio. L’amen dà valore alla preghiera, è il nostro sigillo e la nostra partecipazione ad essa. Ci fa anche uscire dall’abitudine, rischio che spesso corre la preghiera dei fedeli della domenica. Invece il Venerdì santo la Chiesa ci ricorda che si prega per tutti, che non è necessario sprecare le parole, che abbiamo bisogno del silenzio per interiorizzare la preghiera. Ci dice anche il valore del gesto dell’intercedere: qualche volta pensiamo che ci sia solo la preghiera di lode, o altre forme come il rendimento di grazie, invece il Venerdì santo la Chiesa ci fa pregare per cose di cui abbiamo bisogno, ma anche per cose di cui non sentiamo tanto il bisogno, come ad esempio pregare per i governanti. Quando i cristiani venivano perseguitati e uccisi , la domenica pregavano per l’imperatore, che li torturava e li uccideva. Questo è il valore grande dell’intercessione. E’ quindi veramente una grande scuola di preghiera.

Segue un altro momento, anch’esso di grande significato come quelli di cui abbiamo parlato: la Croce viene solennemente portata, magari attraversando la navata della chiesa e facendo tre soste, esattamente come succederà la sera dopo per il cero pasquale, a indicare che il Cristo che muore è lo stesso Cristo che risorge. La Croce può essere svelata, e quindi apparire alla nostra vista. “Ecco il legno della Croce al quale fu appeso il Cristo salvatore”. Devo guardare la Croce. L‘evangelista diceva che quando Gesù veniva condotto al patibolo, e quando muore, la gente accorreva a vedere quello spettacolo: la Croce è lo spettacolo dell’amore di Dio per ogni uomo attraverso il sacrifico del Suo Figlio.
Certo, la Croce fa anche problema, tant’è vero che i cristiani dei primi secoli non raffiguravano il Crocefisso, e quando si è iniziato a raffigurarlo il primo modo è stato quello di raffigurarlo in piedi e non con le gambe piegate, non nudo ma vestito con un abito che richiamasse il rosso e l’oro, colori imperiali, non con la grande corona di spine, ma con quella regale.
Sono due modi diversi di raffigurare la Croce: uno è un modo che maggiormente fa riferimento a quello che veramente è avvenuto (perché la morte in croce era veramente una morte cruenta, per soffocamento, dopo essere stato maltrattato da soldati che non erano esattamente gentili) e l’interpretazione della morte in croce, perché Cristo comunque, anche crocifisso, è re. Il suo modo di essere re è quello di essere crocifisso, dicevano i Padri: Cristo è un re che regna dal legno. Il legno è il suo trono.
E noi quel giorno innanzitutto guardiamo questo mistero di salvezza, e poi ci avviciniamo per dare un bacio. Tutti possono baciare quella croce, anche quei fratelli e quelle sorelle che per qualche motivo sono lontani dalla Chiesa, che non frequentano i sacramenti, che non si possono in alcuni casi nutrire dell’Eucarestia. Un bacio lo possono dare tutti, perché Cristo è morto per tutti.

L’ultimo momento è quello di avvicinarci nuovamente all’altare e fare la Comunione. Io penso che la possibilità di comunicarsi al Venerdì santo è una ricchezza, perché comunque ci ricorda che noi quando andiamo a fare la Comunione siamo chiamati a vivere pienamente l’invito di Gesù “Fate questo in memoria di me” e questo è la vita crocifissa di Gesù Cristo, quindi quando ci avviciniamo e baciamo la croce e poi facciamo la Comunione, ancora una volta diciamo attraverso quei gesti che anche l’esistenza più crocifissa non è maledizione, ma è partecipazione alla salvezza del mondo se è vissuta insieme, attaccati a quella Croce, alle nostre croci, come Cristo è stato attaccato a quella.

(da registrazione – non corretta dal relatore)

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