Quaresimale I

Quaresimale 2017 – venerdì 3 marzo

Don Simone Piani

Dalla Quaresima alla Pasqua:
celebrare la Settimana Santa come “traguardo” del cammino della Quaresima

La Domenica delle Palme: anticipazione del Triduo

Ti lodi o Signore la nostra voce,
ti lodi il nostro spirito,
e poiché il nostro essere è dono del tuo amore,
tutta la nostra vita si trasformi in perenne liturgia di lode.

Inizio con questa preghiera, che di solito chiude le lodi mattutine al sabato della seconda settimana, questo cammino con voi alla scoperta dei riti della Settimana Santa.

Una obiezione: cosa avranno da dirci i riti della Settimana Santa?
La Chiesa ha un metodo, quando ci chiede di accostarci ai suoi riti: attraverso i riti e le preghiere ci fa entrare pienamente in quello che noi viviamo durante le celebrazioni. Qualche volta abbiamo la tentazione di pensare che ci sia la liturgia (quello che facciamo in chiesa) e poi ci sia la nostra vita, e che in fondo queste due dimensioni, della celebrazione e della vita, non si toccano più di tanto, e anzi sono due dimensioni separate. La liturgia invece è una forma di vita, è il modo in cui oggi il Signore ci incontra.
Non dobbiamo pensare che siano stati fortunati la Samaritana, Lazzaro, il cieco nato, i discepoli, che hanno incontrato il Signore mentre noi siamo dei poverini che dobbiamo credere. Non è così. Quando andiamo a Messa e partecipiamo alla liturgia noi facciamo la loro stessa esperienza, solo che lo facciamo attraverso i sacri segni, quella dinamica tipica della liturgia per cui oggi il Signore lo incontro nel rito.

Mettiamoci quindi alla scoperta di quei riti che sono i più importanti per la vita del cristiano.
I nostri fratelli orientali chiamano la Settimana Santa la “grande settimana”, i nostri vicini ambrosiani la chiamano la “settimana autentica”, una settimana all’anno in cui la liturgia ‘rallenta’ il suo ritmo e ci fa concentrare in pochi giorni quello che è il cuore della nostra fede: il Cristo che soffre, che è rifiutato, che si dona nell’Eucaristia, che muore, che è sepolto, che risorge.
Una volta all’anno facciamo questa esperienza. Mi sembra importante farvi notare, anche solo come accenno, come nella domenica noi abbiamo già tutto questo. I cristiani dei primi secoli celebravano solo la domenica, la Pasqua settimanale, con quel ritmo che il Risorto stesso aveva consacrato con le sue apparizioni. Poi dalla Pasqua settimanale, la domenica, le comunità hanno sentito anche la necessità, una volta all’anno, di celebrare la Pasqua annuale. Ma la domenica, il giorno del Signore, ha dentro già tutte queste risorse. Quando le catechiste mi dicono che i bambini non vengono al Triduo pasquale, alle celebrazioni della Settimana Santa, rispondo che se non si sente la necessità di celebrare la Pasqua settimanale, non si sentirà nemmeno la necessità di celebrare quella annuale. Sono quindi due dimensioni che si richiamano.

Entriamo nello specifico della celebrazione che inaugura la Settimana Santa, cioè la Domenica delle Palme. Quindi all’inizio della Quaresima partiamo già con gli occhi al traguardo del nostro cammino, perché è inutile ricevere le ceneri il mercoledì e poi non partecipare alle celebrazioni della Settimana Santa. Inutile fare il cammino della Via Crucis e non partecipare all’Azione liturgica. Inutile riflettere sulla Samaritana, sul cieco nato, su Lazzaro e poi non partecipare alla grande Veglia Pasquale.

Chiamiamo questa domenica la Domenica delle palme o della Passione del Signore, e quindi nel nome troviamo i due elementi di questa domenica: l’ingresso del Signore a Gerusalemme (il Cristo glorioso), e il Signore Gesù che va incontro al suo destino di morte (il Cristo che patisce).
Tutti e due questi temi sono racchiusi in questa domenica che quindi ha un tono doppio: un tono solenne, la prima parte della celebrazione dell’accoglienza del Signore e del suo ingresso a Gerusalemme, che diventa poi meditativo nell’accompagnare il Cristo che va incontro alla sua Passione.

E’ un rito antico e ne abbiamo notizia fin dal quarto secolo, dal diario di Egeria, una ricca vedova che va pellegrina in Terrasanta rimanendovi sostanzialmente un intero anno liturgico. Il diario ci dà la descrizione di come si svolgevano le celebrazioni a Gerusalemme. Sappiamo che la comunità di Gerusalemme riviveva l’ingresso del Signore dal Monte degli ulivi, con un cammino che portava poi al Santo Sepolcro e alla Basilica della Risurrezione.

Quali sono gli elementi che oggi noi siamo chiamati a scoprire e a vivere e che la Chiesa nella sua saggezza coi propone?

Innanzitutto la benedizione dei rami di palma e di ulivo: un gesto che fisicamente, con lo sventolio dei rami e magari un po’ di chiasso da parte dei bambini, in maniera drammatica, quasi teatrale, ci porta davanti agli occhi quello che Gesù ha vissuto.
L’ulivo è segno dell’alleanza: come nell’Antico Testamento è il segno della terra restituita all’uomo dopo il diluvio, così qui è il segno di una condizione nuova che è restituita da Dio all’uomo attraverso la Pasqua del suo Cristo. Non è un gesto magico: l’ulivo si benedice per essere portato in processione. Esattamente come nel giorno della Presentazione, il 2 febbraio, la candela ci è data non come talismano ma perché nel cammino acclamiamo a Cristo luce.

Il secondo gesto è quello della processione, dell’andare verso la chiesa, seguendo tutti la Croce. L’ordine della processione è interessante: prima la Croce, poi colui che presiede, poi tutta l’assemblea. Noi seguiamo il Cristo, che riconosciamo crocifisso e Signore, presente a presiedere la nostra celebrazione. Il camminare, il convergere, il seguire la Croce nella storia ha avuto anche forme importanti: anticamente, soprattutto in alcuni paesi della Germania, si costruiva una vera e propria macchina, un asinello con le ruote, su cui erano deposti in maniera solenne o il libro dei Vangeli o la stessa Eucaristia, a indicare che il Cristo è presente nell’Eucaristia e nella sua Parola.
È la stessa dimensione di cui vi dicevo prima. Non facciamo l’esperienza del Cristo che entra in Gerusalemme perché eravamo lì con i bambini che acclamavano, ma lo facciamo attraverso l’esperienza della Parola e dell’Eucaristia.
La processione arriva poi alle porte della chiesa, e c’è un piccolo segnale storico: quando la processione arrivava alle porte, i canti di festa continuavano, anche se la porta era chiusa, e allora il diacono nelle parrocchie o il vescovo nella cattedrale, dovevano bussare, il diacono con la croce e il vescovo con il pastorale; le porte venivano aperte e il corteo entrava in chiesa.
Chi è il Signore Gesù? E’ colui che entra nella Gerusalemme nuova, colui che apre le porte della morte: della morte fisica, che lui incontrerà e vincerà con la sua risurrezione, e la morte del nostro peccato. Gesù Cristo ci spalanca le porte del Regno del Padre.
Nell’entrare in chiesa ancora una volta diciamo la nostra dignità: ogni volta che entriamo in chiesa noi ci ricordiamo che camminiamo sulla terra, ma verso il cielo, che la Pasqua di Gesù Cristo che ciascuno di noi ha vissuto nel suo Battesimo è una dimensione permanente, che in fondo noi siamo già risorti e salvati (e meno male che una volta all’anno, anzi tutte le domeniche, la liturgia ci fa ricordare questa dimensione).

Poi la comunità celebra l’Eucaristia, con l’ascolto abbondante della Parola: ogni anno leggiamo la Passione del Signore secondo un evangelista differente, e ogni anno ci viene proposta una chiave di lettura importantissima per la nostra vita di fede. Ascolteremo infatti, come prima lettura, un brano del profeta Isaia:
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi … (Isaia 50, 6)
Questa profezia si è compiuta pienamente in Cristo Gesù. Noi lo acclamiamo Signore all’inizio della processione, lo vediamo sconfitto nella Passione, ma questa sconfitta è apparente: lo acclamiamo glorioso, è lui che regna dalla Croce.

(da registrazione – non corretta dal relatore)

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