Quaresimale III

Quaresimale 2017 – venerdì 17 marzo

Don Flavio Feroldi

Dalla Quaresima alla Pasqua:
celebrare la Settimana Santa come “traguardo” del cammino della Quaresima

Il Giovedì Santo:  s. Messa in Coena Domini

Continuiamo nel percorso di preparazione alla Pasqua e iniziamo questa sera e capire che cosa ci fa vivere l’esperienza della liturgia soprattutto nel Triduo pasquale.
Al n. 44 del documento “Preparazione e celebrazione delle feste pasquali” già ci viene detto un particolare importante:
«Con la messa celebrata nelle ore vespertine del giovedì santo, la chiesa dà inizio al triduo pasquale
Ci si potrebbe già chiedere perché si parla di tre giorni, e non di quattro, se includiamo anche il giorno di Pasqua. Cerchiamo di dare una spiegazione non tanto temporale, quanto teologica. Dentro il Triduo noi facciamo esperienza di tre momenti decisivi della vita di Gesù: la sua morte sulla croce, la sua deposizione nel sepolcro, l’alba della Risurrezione. Il primo giorno del Triduo inizia il giovedì sera celebrando la memoria della Pasqua del popolo d’Israele, che però da quella sera diventerà la memoria della nuova ed eterna alleanza, quella che il giorno dopo sulla croce Gesù segnerà. Allora l’idea che ci sta dietro è che dal giovedì sera fino al venerdì pomeriggio è il primo giorno del Triduo, con la celebrazione rituale della Cena del Signore e con la celebrazione sacrificale della morte in croce. È una cosa sola, a tal punto che noi, il giovedì sera, quando celebriamo la Messa in Coena Domini, prepariamo il pane non solo per quella Messa, ma ne mettiamo da parte un po’ che useremo il venerdì per fare la Comunione, perché il venerdì non si celebra la Messa. È però lo stesso pane, quasi a dire che è lo stesso giovedì, il giorno del sacrificio.
Aggiunge infatti ancora il testo:
La Chiesa ha cura di far memoria di quell’ultima cena in cui il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, amando sino alla fine i suoi che erano nel mondo, offrì a Dio Padre il suo corpo e sangue sotto le specie del pane e del vino e li diede agli apostoli in nutrimento e comandò loro e ai loro successori nel sacerdozio di farne l’offerta” (n. 44).
È quindi il primo giorno, perché è il giorno del sacrificio, con il rito e con la memoria dell’atto salvifico di Gesù che si dona.

Se questo è l’orizzonte, vediamo ora come si svolge la celebrazione del giovedì.
La messa nella cena del Signore si celebra nelle ore vespertine, nel tempo più opportuno per una piena partecipazione di tutta la comunità locale” (n. 46).
Il segno di una comunità che si riunisce, che trova un tempo “per”. Il richiamo che c’è in questo è che, dal punto di vista della nostra responsabilità, anche se il Giovedì santo non è ‘di precetto’, la nostra chiesa dovrebbe essere insufficiente a contenerci, perché dovrebbe esserci tutta la comunità, perché è l’unica celebrazione che in questa giornata si fa.
Allora la prima conversione dovrebbe essere chiederci perché non ci abituiamo a scegliere dei tempi e rinunciare a tutto il resto per convergere qui. Il Triduo è senz’altro uno dei momenti in cui farlo. L’anno scorso il parroco di Cantù ha fatto una proposta provocatoria: prendersi dei giorni di ferie per partecipare alle liturgie del Triduo, perché la comunità deve riunirsi, perché sono giorni in cui dobbiamo darci del tempo. Del resto si prendono giorni di ferie per le attività più varie…
Prima della celebrazione il tabernacolo deve essere vuoto. Le ostie per la comunione dei fedeli vengano consacrate nella stessa celebrazione della messa. Si consacri in questa messa pane in quantità sufficiente per oggi e per il giorno seguente” (n. 48).
Il richiamo a questo pane che resterà anche per il Venerdì diventa il tratto che mette insieme la dimensione sacrificale rituale con quella cruenta del sacrificio della croce.

La celebrazione inizia poi con lo stile consueto, con i riti d’ingresso, la liturgia della Parola, la liturgia eucaristica e i riti di conclusione con l’appendice della processione verso l’altare della Reposizione.
I testi che ci vengono offerti nella liturgia della Parola sono di notevole spessore: la prima è l’Esodo (la memoria della cena pasquale ebraica), la seconda è dalla Lettera ai Corinzi (in cui Paolo racconta come sono andate le cose quella sera) e poi il testo teologico per eccellenza, di Giovanni (“Nella notte in cui fu tradito, Gesù prese il pane…”). Sono tre testi che nella loro ricchezza e nella loro forza ci portano a non dimenticarci mai come Dio conduce la storia prima, durante e dopo Gesù Cristo. Sono testi che vanno gustati e meditati anche nella preghiera personale.
Dopo l’omelia c’è la proposta del gesto che nel Vangelo è stato indicato, cioè quello della lavanda dei piedi, gesto simbolico che però ci deve interrogare e rimotivare dentro la logica di Gesù: se l’ho fatto io, dovete farlo anche voi. Questo è l’unico motivo per cui noi, riprendendo quel gesto, ci rimettiamo in gioco.
Segue poi la preghiera dei fedeli e la processione offertoriale, che soprattutto il Giovedì santo riveste un significato particolare:
Durante la processione delle offerte, possono essere presentati i doni per i poveri, specialmente quelli raccolti nel tempo quaresimale come frutti di penitenza” (n. 52).
Questo ci ricorda il valore di quel momento, che è significativo ed importante, non solo per l’atto liturgico, ma anche per la responsabilità che la comunità ha nei confronti di chi non ha certe possibilità.
Segue poi il Canone, che è solitamente quello Romano, che per diversi secoli è stato pregato nella celebrazione, il gesto eucaristico, con la Comunione sotto le due speci quando è possibile, e quindi la reposizione dell’Eucaristia nell’altare opportunamente preparato, perché il giorno dopo da lì venga presa e riportata sull’altare, che dopo la messa del Giovedì viene spogliato di tutto.

Vorrei ora soffermarmi su due momenti specifici del Giovedì santo: la processione offertoriale e la processione che porta l’Eucarestia all’altare della Reposizione.
Perché c’è questo momento durante la messa in cui si portano i doni? E, soprattutto, quali doni si portano all’altare? Normalmente è indicato che si portano i doni per la celebrazione, quindi il pane e il vino, e a volte si possono portare anche doni per ornare l’altare (le luci, i fiori), oppure i doni che servono per la carità. E questo è già un criterio di cui tener conto, per evitare stranezze e banalità. Questo gesto ha invece un grande significato, che soprattutto in questa celebrazione deve farci ricordare la carità (e in diocesi da qualche anno ci viene chiesto di ricordarci delle nostre missioni diocesane).
L’orazione dice: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo, dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del nostro lavoro”: ‘frutto della terra’ dice che è dono di Dio, ma che cosa significa che quanto portiamo all’altare è ‘frutto del nostro lavoro’?
Vuol dire che sono cose che abbiamo guadagnato, che abbiamo sudato, che ci sono costate. Ma davvero durante la settimana noi lavoriamo per noi, ma anche per una comunità che va sostenuta, e per i bisogni dei nostri fratelli che non hanno tutte le grazie che abbiamo noi? davvero noi rinunciamo a qualcosa di nostro per portarlo all’altare e offrirlo insieme? È frutto del nostro lavoro o è il superfluo del superfluo? Noi abbiamo poi essenzializzato il gesto raccogliendo le offerte in denaro, ma il significato non è importante solo perché io do, ma perché, e soprattutto, per quello a cui ho rinunciato. Questa prospettiva ha probabilmente bisogno di essere rimotivata e rieducata, perché tiene viva tutta una settimana, dà valore e significato anche a tutte le fatiche che si fanno. Anche se fosse che si fa fatica a far quadrare il bilancio, non possiamo dimenticarci che qui c’è un significato ancora più profondo e ancora più grande: e Dio non voglia che, se un giorno dovessimo essere noi ad aver bisogno del frutto del lavoro degli altri, nessuno ci aiutasse. E anche i bambini vanni educati a rinunciare a qualche cosa.
E ricordiamo che ci sono anche i bisogni delle nostre parrocchie, che stanno in piedi non solo per le nostre preghiere, ma anche per l’aiuto materiale che stiamo un po’ smarrendo. È l’idea di sovvenire ai bisogni della Chiesa, che è un precetto. E che in quel momento dell’offerta dovremmo esprimere. Come sarebbe bello se la famiglia prima di andare a Messa si chiedesse quanto portare per i bisogni della comunità e dei poveri!
Dobbiamo quindi rimotivarci e rieducarci riscoprendo dei segni.

Il secondo gesto su cui soffermarci è quello della processione che, al termine della Messa, porta l’Eucarestia all’altare della Reposizione:
Terminata l’orazione dopo la comunione, si forma la processione che, attraverso la chiesa, accompagna il Santissimo Sacramento al luogo della reposizione” (n. 54).
Il tabernacolo o custodia non deve avere la forma di un sepolcro. Si eviti il termine stesso di «sepolcro»: infatti la cappella della reposizione viene allestita non per rappresentare «la sepoltura del Signore», ma per custodire il pane eucaristico per la comunione, che verrà distribuita il venerdì nella passione del Signore” (n. 56).
Anche questo gesto diventa molto forte e significativo dal punto di vista educativo, anche perché la nostra esperienza cattolica in chiesa, a differenza di altre confessioni cristiane, su questa ‘custodia’ ha sviluppato tutta una riflessione e ha riscoperto il gesto di Gesù nell’Ultima Cena. “Fate questo in memoria di me” , “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”: in quel momento la sostanza di quel pane e di quel vino assumono l’identità e la sostanza della vita e della persona di Gesù.
Il Giovedì santo ci dice che, se portiamo quel pane in un altare distinto da quello dove normalmente lo conserviamo, è per non dimenticarci quello che poi per tutti gli altri giorni dell’anno custodiamo nel tabernacolo solito, e possiamo ritornare a quel luogo e a quell’incontro con la stessa forza e la stessa efficacia che abbiamo vissuto durante la celebrazione.
Il momento di adorazione che facciamo davanti al Santissimo in quel momento ci identifica con la presenza reale che lì dentro c’è e che ci fa sentire un solo corpo e un solo spirito, soprattutto in quel momento in cui condividiamo quelle ore che Gesù ha trascorso nel Getsemani.

Ci sono delle preoccupazioni che personalmente soffro, soprattutto in questi ultimi anni più di una volta: spesso quando si vedono entrare le persone in chiesa, inclusi preti e suore, si pensa a chi c’è lì? Chi ci aspetta lì? Forse il Giovedì santo ci ricorda questa dinamica, e ci chiede di non dimenticare: fate continuamente memoria non solo della celebrazione che vi raduna insieme, ma anche del segno che rimane, forte ed efficace, e vero.
È un invito costante alla memoria della sua presenza in mezzo a noi, a tal punto che abbiamo costruito dei luoghi, le nostre chiese, per riunirci e per mantenere viva questa memoria. E anche chi passa su questa strada, vedendo questa facciata, almeno si chieda che cos’è. E la domanda è sempre l’inizio di un cammino di fede. I nostri ragazzi, quando ci vedono entrare in chiesa, vedono se la prima cosa che facciamo è la genuflessione davanti al Santissimo, o il fermarci qualche istante in adorazione? È il contemplare con gli occhi il tabernacolo. Sono modi per i quali riscoprire il senso e il significato della nostra fede, modi attraverso i quali educare e testimoniare la verità della presenza di Gesù.
Dentro la fatica di questo nostro tempo, che ha mille problemi, tutti importanti, tutti urgenti, tutti da affrontare, non dimentichiamoci che decisivo è il nostro rapporto con Dio. L’uomo ha smarrito questa dinamica e ha smarrito il segno che ricorda la presenza di Dio che è l’Eucarestia, proprio quella che nel Giovedì santo noi riconsideriamo nel suo valore rituale e sacrificale, perché nella notte in cui fu tradito Gesù fece quel gesto perché l’uomo potesse sempre avere una memoria viva di lui, e del Padre che è nei cieli.
Questa allora è una sfida, è un impegno e una responsabilità che non possiamo assolutamente mettere da parte, ma che ci deve trovare nella semplicità, nella normalità dei nostri gesti, dei nostri incontri celebrativi e rituali, convinti e preparati, a vivere e a celebrare bene, con ordine e con dignità.
Il nostro mondo ha un estremo bisogno di segni veri e autentici, e allora si risolveranno i problemi dei matrimoni sfasciati, dei migranti che annegano, degli uomini che rubano, perché la riscoperta di Dio, l’osservanza della sua legge e del comandamento dell’amore ridaranno all’umanità il suo vero volto, la speranza di essere capaci di costruire, come abbiamo chiesto e chiederemo al Giovedì santo, la vera esperienza di Cristo come dice l’orazione iniziale:
O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa’ che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita”.

(da registrazione – non corretta dal relatore)

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